lunedì 15 novembre 2010
Sandra la puerca
Decisa la Destinazione non ci rimane che vedere come arrivarci, che in genere è la parte più difficile di tutte, soprattutto se non ci si vuole arrendere all'idea di viaggiare con Viazul (la compagnia truffa per turisti) o in taxi (che di base sono una truffa di per se).
A prendere parte alla gita siamo i soliti sette nani dopo l'incidente in miniera: io, Gre, Sara e Betti mentre i piani per raggiungere l'obbiettivo sono molteplici e contemplano differenti difficoltà. L'idea più "facile" è andare a Cayo Coco e tornare, la "intermedia" comprende una prima tappa a un carnevale (che chiamano così anche se la gente non si veste e a parte bere e le giostre non c'è molto altro, ma che tutto sommato "è di strada"), mentre quella "difficile" comprende carnevale, Cayo e Trinidad (che in tutto questo non è per nulla di strada), per non farsi mancare nulla.
Il problema in tutto questo, come ogni volta a Cuba, è spostarsi. Vedi anche: un bus diretto non esiste e in realtà scopriremo poi i cubani non possono proprio andarci a Cayo Coco.
Ci convincono in qualche modo ad andare a Ciego de Avila, da cui poi "è un attimo" arrivare al Cayo, anche se mamma Lonly ci suggeriva di puntare Moron e ogni persona lucida con davanti una cartina non ci avrebbe pensato due volte ad andare subito a Moron. Insomma, decidiamo di andare a Ciego e decidiamo di andarci in uaua (come chiamano i bus qua) risparmiandoci per sto giro dei fantastici camion (mezzi di fortuna senza finestre, senza posti a sedere e a volte senza tetto che giustamente dal nome sono dei camion, dove per dei prezzi ridicoli ci stipano più della gente che potrebbe starci) che pure vanno in quella direzione.
Visto però che come sempre decidiamo all'ultimo di muoverci non abbiamo nessuna prenotazione e quindi dobbiamo affidarci alle liste de espera (d'attesa), il che vuol dire sveglia alle 5 per scrivere i nostri nomi sulla lista e aspettare che ci sia posto sul primo bus per la nostra destinazione. Il problema è che di bus ce ne sono solo due al giorno ed entrambi presto la mattina e ovviamente un sacco di gente che vuole prenderli. Riusciamo spingendo, urlando e corrompendo (vedi anche: metodo classico) a prendere il secondo ed ultimo bus della giornata quando ormai sono le 8.
Ci addormentiamo avvolti in asciugamani visto che sui bus a Cuba ci sono sempre 10 gradi tra le risate causate da un'improbabile serie di annunci radiofonici dove si tenta di vendere tra le altre cose uno stereo quasi funzionante, un paio di scarpe "di marca" e un pezzo di finestra. E per contattare queste persone viene lasciato l'indirizzo di casa!
A Ciego arriviamo alle 11 quando ormai tutti gli autobus della giornata sono partiti. Ci si prospettano quindi diverse possibilità: pagare un taxi, prendere un treno della morte (3 ore per 30 km) per Moron (che giustamente è dove ci consigliano di andare) e da li fare botella (l'autostop), oppure ancora passare la notte a Ciego e prendere una uaua o un camion per la mattina seguente, anche se questo vuol dire poi tornare a casa non prima di lunedì in giornata.
Ci dividiamo in due gruppi per andare a mangiare quando scopriamo che c'è sempre la possibilità di andare al carnevale, ma che per arrivarci dobbiamo tornare un po' indietro e per tornare non c'è manco una lista d'attesa scritta ma bisogna aspettare direttamente nel salone d'attesa (e il bus è dopo 5 ore). Così Sara trascina Betti per hotel (tutti gli hotel di Ciego per la precisione) cercando eventuali escursioni che ci potrebbero portare a prezzi ragionevoli al Cayo, dove bisogna andare a tutti i costi, l'ha detto Virginia!
Io e Gre presi dal grande senso di responsabilità che ci contraddistingue decidiamo che non vogliamo perdere un giorno di lavoro e rielaboriamo il piano C: carnevale e Trinidad, saltando il Cayo.
Decidiamo così di dividerci e iniziamo già a caricarci per il carnevale, anche se in realtà è stato abbastanza un viaggio nel tempo più che un carnevale: al nostro arrivo ad attenderci nel paesello c'erano un'infinità di giostre spinte a mano dove dei bambini urlavano come dei pazzi, bancarelle piene di ogni tipo di cibo (per quanto si possa parlare di "ogni tipo" di cibo a Cuba), giocattoli (ovviamente usati), carretti trainati da caprette e biciclette con rotelle (un lusso che pochi bambini potevano permettersi). Scopriamo presto che i camion sotto cui si affolla la gente servono birra "dispensata" (noi diremmo alla spina) per un prezzo ridicolo: una "doppia lattina" a 3 pesos (12 cents). E quando dico doppia lattina intendo due lattina usate incastrate una sopra l'altra che vendono dei simpatici signori (che le recuperano per strada e nelle pattumiere) per 5 pesos. Ne prendiamo uno io e uno Gre e iniziamo a bere. Sono le 4 di pomeriggio.
Le strade straripano di gente e l'allegria, la birra e il rum sono ovunque. C'è anche della musica qua e la ed è proprio qua e la che andiamo, cercando di evitare le persone che cadono di faccia per strada e quelli che aprono "pizzerie" improvvisate: a cuba per fare una pizzeria basta un bidone con dei "ripiani" e della brace. Ed era proprio uno di questi bidoni che stavano scaricando da delle scale.
Ci ricordiamo solo ora che a Jatibonico (che è il paese del carnevale, nonché il posto dove ci troviamo ora) abita Yanet, la nostra amica arrizzacazzi della residenza e scrocchiamo così una telefonata bussando a una casa a caso per chiamarla, anche se era ovvio che a casa non ci sarebbe stata e sarebbe troppo facile se i cubani avessero i telefoni cellulari. Niente di fatto insomma.
A un certo punto, vagando seguendo luci suoni e colori, incontriamo dei volti famigliari (più famigliari a Greta che a me, che non me li ricordo proprio), pare conosciuti a una qualche festa. Sono Yaser e il suo amico negro con la faccia simpatica (non che Yaser non sia negro eh) e ci presentano delle loro amiche tra cui spicca per simpatica Laureen. Vedi anche: le altre non ci cagano proprio, troie.
Ci aggreghiamo a loro e continuiamo a bere, anche se in realtà non abbiamo ancora smesso da quando abbiamo scoperto le birre a 3 pesos. Ci troviamo in una bolgia a ballare dove incontriamo gente a caso dell'uni e improbabili ragazze evidentemente sovrappeso e moleste. Sono le 7.
Ci troviamo in qualche modo invitati a cena a casa di Laureen, dove stanno a dormire i negri ed è li che stiamo andando. Per arrivarci però dobbiamo attraversare un paio di campi, di rotaie e un paio di case (si, proprio dentro delle case), ma quando arriviamo i suoi genitori sono felici di vederci e si sbattono non poco per preparaci qualcosa da mangiare mentre noi cerchiamo di lavarci, anche se Laureen a casa non ha l'acqua corrente e bisogna bagnarsi con l'acqua che c'è dentro dei secchi.
Mangiamo anche fin troppo, ma non ce la sentiamo di avanzare nulla, motivo per cui il padre di Laureen si sente contento e decide di offrirci del rum da bere insieme a lui.
Una volta pronti e imbellettati (anche se in realtà io e Gre avevamo solo costumi dietro) facciamo per uscire quando ecco le raccomandazioni del padre: "mi raccomando, non bevete troppo" e ci rifila una boccia da un litro e mezzo di whisky. I negri lo rincuorano, "non preoccuparti" gli dicono, "non beviamo ne più ne meno di quanto ci hai dato", anche se era evidente che mentivano.
A questo punto non ci rimane che recuperare le amiche di Laureen (tra cui scopriamo esserci anche Yanet) e andare al Karaoke (una discoteca dove in realtà non fanno mai karaoke). Arrivate fuori di casa di una delle amiche dove si erano ritrovate già le altre due Laureen ce le presenta, Sandra la puerca (la porca) e Silvia la timida, per ovvi motivi ci spiega. L'altra amica si sta ancora preparando, così abbiamo tempo di inaugurare il whisky, anche se il solo odore di alcool sveglia lo zio dell'amica che stiamo aspettando. Lo zio mi prende in simpatia e decide che sua nipote può essere mia quando voglio, che la loro casa è come casa mia, di andare quando voglio a trovarli. E giù rum.
A questo punto sono abbastanza sbronzo e ogni tanto mi concedo anche di saltare il giro di whisky, mentre ci dirigiamo alla festa, dove quando arriviamo, in un modo o nell'altro, il whisky è finito.
Alla festa troviamo anche Yanet e questo vuol dire ballare, ballare e ballare. E balliamo. Greta è particolarmente scatenata ed apprezzata nella pista. Sandra la puerca in realtà è una delusione, pare sia con un tipo noioso (oltre che super vecchio), mentre la timida e Laureen mi regalano grosse soddisfazioni incastrandomi tra di loro in balli umidi, sudati e ammiccanti.
Ridendo, scherzando e tra gente che si riversa birre in testa "per rinfrescarsi" si fanno le 3 e il karaoke fa per chiudere, quando io e Greta, in evidente stato comatoso dopo la sveglia presto, i vari spostamenti e attese, speriamo di andare in una casa qualsiasi. Invece ci convincono che sono solo le 3 che la festa va avanti. E sia.
Andiamo così per strada seguendo la folla e la musica. Mangiamo pizze e beviamo ancora birra e rum da bicchieri che qualcuno continua a passarci in mano. Anche se siamo cotti e ubriachi ci rendiamo conto però che è tutto il giorno che stiamo ascoltando sempre le solite 20 canzoni, e che palle, ma pare che ai cubani non freghi un cazzo. Pappara americano.
Quando sono ormai le 5 ci ritroviamo semi morti seduti su un marciapiede, in compagnia di simpatici ragazzi che provano tuffi dal marciapiede, di altri collassati e sdraiati per terra che disturbano però una signora che esce di casa per chiedere che venissero spostati di qualche metro lontano dalla sua porta, di Pescadooooo che convince a continuare a dirgli "pescadooo mi fotto tua madre!" per la sua gioia, di altri personaggi più o meno probabili.
Sono le 6 quando riusciamo a convincere Laureen a tornare verso casa sua quando però per le strade c'è ancora un sacco di gente, di musica e la festa non da segni di voler concludersi.
Una volta riattraversati i vari campi, rotaie e case necessari per arrivare a casa sua decidiamo di andarcene a prendere un camion per tornare a Sancti Spiritus, da cui vorremo poi cercare un altro camion per Trinidad, anche se Yaser continuava a dircelo che non ce l'avremmo fatta, che era meglio se ci fossimo fermati a dormire li.
Ci troviamo così a dormire sotto un albero in attesa del camion, insieme a un sacco di altri spostati della festa che cercano in qualche modo di tornare a casa. Dopo un'oretta di sonno mi sveglio e non vedo più Greta. Cazzo, l'hanno portata via, penso.
Vado a vedere che c'è un sacco di gente che si affolla vicino a un simil bus, c'è anche Greta. Qualche genio a questo punto urlerà "cazzo, fate salire gli stranieri" ho già detto che è un genio questo? "che idea si faranno se no di Cuba, cazzo". E saliamo. Genio.
Una volta a Sancti Spiritus però sarà troppo tardi per andare da qualsiasi parte e andremo finalmente a dormire, fino a cena.
Sara e Betti torneranno il giorno dopo, abbronzate e con il sorriso sulla faccia. Vedi anche: ce l'hanno fatta ad arrivata al Cayo. Grandi. Ma sarà più divertente come ci torneranno la settimana dopo.
DADE
lunedì 18 ottobre 2010
Il carretto passava e quell’uomo gridava..
“Aguacateee, platanitooo, cebollaaa!!” ..ed è così che quasi ogni mattina tutti gli studenti della residenza, o per lo meno quelli affetti da sonno leggero, vengo ‘dolcemente’ svegliati!
Avete presente i venditori ambulanti che tutt’ora capita di sentir passare per le vie dei piccoli paesi di provincia, propagandando attraverso una voce preregistrata e mandata in loop, la riparazione di ombrelli e coltelli?Bene.
A Sancti Spiritus accade lo stesso, ogni mattina, però al posto di riparare ombrelli e affilare coltelli, l’uomo del carretto a tre ruote (ribattezzato da Davide struzzo) è un fornitore specializzato di frutta e verdura.
Io, da quando l’ho scoperto, ho iniziato a usare i comodissimi ed ergonomici tappi per orecchie. Io.
Davide, invece, sfortunatamente sfornito di questa sorta di anestetico dell’udito, sta meditando ormai da un paio di settimane quale sia la strategia più efficace per annientarlo.
Ecco le proposte:
1.lancio dalla finestra di bucce di banana così da poter provocare uno slittamento e probabile rottura del rudimentale carro;
2.costruzione artigianale e assemblaggio di fionda, possibilmente in grado di tirare frutta di grandi dimensioni tipo cocco e frutta bomba (vedi papaya che però non viene usato perché significa figa, in realtà viene usato ma non in circostanze di compravendita al mercato agropecuario);
3.rubare la piazza al malcapitato diventando noi la concorrenza e giocando al ribasso dei prezzi.
Fate voi il vostro pronostico e io vi terrò aggiornati su quanto succederà!
E comunque la frutta qua è buonissima!
Easy
Davide: “dai Gre ma è tutto così semplice!”
Io : “ah, sì infatti! Ma non avevano parlato di uragani in questa stagione?”
Decisi, dopo aver assaporato una pessima comida al ristorante di legno del Parque Central (consigliato dalla Lonley per la sua caratteristica qualità/prezzo, ma in realtà è un’inculata), andiamo a prendere il bus che avrebbe dovuto portarci fino all’aeroporto facendoci risparmiare ben 25 cuc (all’incirca 23 euro) che avremmo speso effettuando la stessa tratta in taxi. Tutto ciò per recuperare la tanto attesa valigia!
Partiamo a piedi con la pancia bella piena di cibo e alcol (vedi Bucanero-tipica birra cubana prodotta vicino a l’Avana- sulla bottiglia viene indicata come ‘fuerte’); dobbiamo arrivare fino alla fermata del bus che dista un chilometro circa dal punto di partenza. Inizia a diluviare. Volevo rimangiarmi la domanda con cui ho esordito (vedi sopra).
Troppo tardi, ce la prendiamo tutta. La pioggia dico.
Arriviamo alla fermata. Smette di piovere.
Ci saranno state una cinquantina di persone, tutte sparpagliate per la strada, aspettando con impeto la nostra stessa cosa, il bus numero 16, P16 per l’esattezza! Dico con impeto perché si muovevano nervosamente ogni volta che in lontananza comparivano dei fari grandi, che sarebbero potuti essere quelli del bus.
Noi impariamo fin da subito a fare lo stesso. Dopo alcuni falsi allarmi arriva!
Saliamo e chiedo all’autista “Perdona, esto para a l’aeropuerto?” e lui “Sì sì, vamos!”
Non riusciamo a sederci e nemmeno a stare in piedi, la gente trova spazi a mia idea inesistenti, ma nessuno sembra lamentarsi a parte io e Davide. Andiamo, stipati come sardine in barattoli di latta.
Trovo il posto meno peggio di fianco a un finestrino che però verrà chiuso poco dopo, non appena ricomincerà a piovere. Davide inizia a sudare perdendo tutti i liquidi accumulati durante il pasto (birra e sangria).
Io, innervosita e tesa per il recupero non del tutto certo della mia maleta (trad.s.f. valigia), chiedo ad un curioso passeggero che mi stava appiccicato, quale era la giusta fermata. Lui inizia a farfugliare qualcosa in un cubano stretto e a voce bassissima. Capisco quasi nulla a parte che non esisteva la giusta fermata per il terminal degli arrivi internazionali e le opzioni erano 2, o aspettare un altro bus sotto la pioggia o prendere un taxi. Scendiamo alla fermata dell’informatore e dopo una serie di segnali disperati (io e Davide in mezzo alla strada sbracciandoci e fischiando) si ferma un tassista, tra l’altro uno dei più antipatici incontrati finora. Ci chiederà 6 cuc per la breve tratta (circa 6/7 km).
Quindi ci siamo, Terminal 3 arrivi internazionali.
Mi dirigo come una furia all’ufficio informazioni dove chiedo a chi avrei potuto rivolgermi per recuperare il bagaglio e giustamente mi spediscono all’ufficio lost and found! La vedo, è lei più bella che mai..con qualche graffietto ma c’è!!non me l’hanno venduta!!Inizio a saltellare e urlare in mezzo al corridoio, felicissima, la sicurezza e la polizia di dogana invece un po’ meno. Davide mi richiama all’ordine. Il segretario mi tarpa subito le ali e mi manda al piano di sopra, all’ufficio Air Europa..compagnia del cazzo colpevole del disagio!
Furiosa. Spalanco la porta senza nemmeno bussare e una voce fastidiosissima proveniente da non si sa bene dove mi dice ‘Momentico’!
Appena capisco che averi dovuto aspettare dell’altro tempo inizio a dare i numeri, Davide imbarazzato cerca di riportare una sorta di calma prendendo in mano la situazione.
Dopo mezz’ora uscirò da quel dannato aeroporto trainando entusiasta il mio equipaggio!
Il viaggio della speranza
21 settembre 2010.
Dopo 12 ore di volo, uno scalo a Madrid e tanta noia, arriviamo all’aeroporto José Martì Perez, l’Avana! Stanchezza ed emozione segnano i nostri volti, la voglia di riposare è in conflitto con quella di vedere e toccare con mano Cuba.
Non pensiamo a nulla per ora, se non a recuperare i bagagli e prendere il primo taxi diretto verso il centro.
Aspettiamo le valigie. L’aeroporto si presenta fin da subito come luogo sovraffollato e disordinato (come poi ci confermerà anche l’Avana); Davide inizia a guardarsi intorno e trova quasi subito, in mezzo a dei bagagli sparsi per terra, le sue due modeste valigie (una di queste rotta e con un gancio a penzoloni creato volontariamente a Milano poco prima di partire, per agevolarne il traino).
Io mi metto ad aspettare la mia super valigiona, comprata qualche giorno prima di partire, di fianco al rullo che trasporta i bagagli appena sbarcati. Aspetto.
Passano una decina di minuti ma nulla. La valigia non si vede.
Aspetto ancora.
Inizia a salirmi una certa sensazione di tensione, sudo ma ho i brividi e la temperatura esterna è di circa 35 gradi con un tasso di umidità pari all’80%.
Inizio a guardarmi attorno spaurita. Di fianco a me un ragazzone di colore, ballerino di Camaguey conosciuto in aereo poco prima.
Infatti, dovete sapere che il nostro viaggio in aereo è stato piacevolmente intrattenuto da una compagnia di circa 30 ballerini e musicisti provenienti da Camaguey, una cittadina situata nella parte orientale dell’isola.
E che bei pezzi di cubani! ‘Menomale che ci sono i ballerini!’-penso tra me e me-. Anche a lui non sono ancora arrivati i bagagli. Mi rassereno per un istante e faccio male perché poco dopo scopro che la mia valigia, per quella sera, non sarebbe mai arrivata.
Un accoglienza così non me la sarei mai aspettata.
E poi dicono che la sfiga non esiste..
giovedì 14 ottobre 2010
Cosa ci faccio con in mano il parafango di una macchina della polizia?
PILAR
mercoledì 13 ottobre 2010
LA HABANA
martedì 14 settembre 2010
Per scendere al primo piano, premi il tasto 6
E' così che il primo vecchio, triste e bavoso e vecchio mi accoglie al consolato. Ma non mi lascio convincere per così poco.
L'entrata non è delle più credibili, il consolato cubano a milano infatti si trova all'interno di una palazzina degna di un qualsiasi libro di kafka, al quinto piano per la precisione. La porta la si sgama subito qual è, non tanto per la targhetta, ma per la fila di persone fuori.
"E' da mezz'ora che siamo qua, ma nessuno ci apre." iniziano a dire quelle all'inizio della fila, quando a un certo punto la porta si apre, ma solo per far uscire un altro paio di persone che schiacciate all'interno hanno deciso di "uscire un secondo a prendere un po' d'aria in coda".
Dovevo sospettarlo che non sarebbe stato facile da quando ingenuamente avevo pensato che sarebbe bastata una telefonata.
Telefonare al consolato non è una cosa facile, ti risponde sempre una voce automatica in italiano e in spagnolo. In spagnolo ti dice che il consolato è aperto la mattina dalle 9 alle 12. In italiano dice invece di chiamare tra le 16 e le 17 (stessa frase automatica anche chiamando a quest'ora) o in alternativa mandare un fax con nome e numero per essere richiamati. Si, ho mandato anche il fax. E' per questo che ora sono al consolato, era evidente non mi avrebbero mai contattato loro. Bastardi.
A un certo punto, dalla porta escono delle persone, questa volta per davvero e non hanno intenzione di rientrarci a breve, insomma, riusciamo e superare il primo livello della coda. Il secondo ostacolo è costituito da una persona dalla dubbia età, intelligenza e reattività. Vedi anche: è sordo.
Lui è l'addetto a scremare quelli che non parlano spagnolo, ma è evidente che sia in difficoltà in questo compito, non sentendo un cazzo. Intanto si sente già della musica di sottofondo provenire dalla stanza accanto. Lui è anche l'addetto a scegliere se darti il biglietto rosa o il biglietto bianco. Il biglietto rosa è per le code lente, quello bianco per quelle ancora più lente.
In qualche modo riesco ad estorcergli delle informazioni preziose: i visti ci sono, qualcuno di loro li ha visti, bisogna solo ritrovarli. Insomma, vinco un biglietto rosa e mi accomodo nella "sala 'attesa".
La sala d'attesa è l'altra stanza accessibile al pubblico all'interno di questo appartamento che sembra tutto tranne che un consolato. Sarà complice anche il televisore e lo stereo che mandano a tutto volume musica caraibica. E guai a incodarsi se la canzone è bella eh!
Ho il numero 39 e sono arrivati al 12, da 2 ore. Mi raseIn realtà non è facile capire a che numero si sia arrivati, perché non ci sono segnali, ne comunicazioni ufficiali. Sembrano esserci delle code alternative che se ne fregano dei biglietti rosa e bianchi.
Nella sala ci sono ragazze cubane, vecchi italiani con ragazze cubane e ragazze cubane ormai non più tanto ragazze, ma ancora cubane. Inizio a parlare con qualcuno, anche se sarebbe meglio dire che sono costretto a parlare con chiunque visto che li nessuno si fa i cazzi propri e che comunque, dobbiamo aspettare, no? tanto vale parlare almeno.
A un certo punto, come il miglior imprevisto del monopoli appare nella sala un giovane sbarbato e baldanzoso.
"Ciao a tutti, sono il console" ci comunica felice "e ho una buona notizia da darvi.".
"Da oggi potete evitare di venire sempre in consolato perché non rispondiamo al telefono, da oggi potete mandarci una mail!" dice, ancora più sorridente brandendo un foglio con scritta sopra una mai.
Risate collettive.
"No davvero, mi impegnerò io stesso a rispondere a tutte le mail!"
Insomma, si ride ancora. Anche se poi in molti approfittano del fatto che il console sia uscito allo scoperto per tempestarlo di domande, richieste e raccomandazioni. Qualcuno gli affida direttamente un pacco da portare a cuba.
Insomma, dopo solo due ore che sono in questa bella famiglia cubana arrivo a uno sportello dove mi dicono che in realtà avrei dovuto portare anche il passaporto, che ovviamente mi sono dimenticato a casa. Diventiamo comunque amici e mi confida il segreto del consolato: la prossima volta basta presentarsi direttamente allo sportello per evitare la coda.
In realtà scoprirò che dice così a tutti e che poi fanno un po' quello che gli pare.
In questo fantastico posto fatato ci tornerò poi con gretta e avremo maggiore successo. Vedi anche: abbiamo i visti.
Uscendo dalla palazzina però riusciamo ad incontrare delle persone deliziose. Sono due ragazze e un bambino e ci accolgono sull'ascensore, abbracciandoci.
"Meno male che siete arrivati, magari con voi riusciamo a uscire!". Si, sono rimaste bloccate in ascensore.
Con discrezione premiamo quindi "T" sperando di uscire al piano terra. In realtà "T" vuol dire seminterrato. Finiamo nel seminterrato, per la disperazione delle ragazze, che li c'erano già state un paio di volte dacché erano salite sull'ascensore.
"Per arrivare al piano terra devi premere 6!" a un certo punto iniziano ad urlare.
Io e Greta ci guardiamo un po' interdetti. E' evidente che non possa essere vero. Ma nonostante questo premiamo 6 e arriviamo al piano terra! Solo però perché qualcuno al piano terra aveva chiamato l'ascensore! Le nostre amiche ci confessano che era successo così anche prima, ma che poi erano state lente a scendere ed erano state richiamate al sesto, dove siamo saliti noi!
..e Davide
mercoledì 8 settembre 2010
Io, Greta, Sara ed Elisabetta
Chi siamo?
Greta, smilza ragazzina con il caschetto biondo è quella più organizzata: finiti gli ultimi esami a giugno è partita (non con poche difficoltà, tra voli spostati, cancellati e imprevisti che neanche il monopoli) alla volta di Palma, per imparare meglio lo spagnolo. Per prepararsi al meglio al viaggio ha comprato una lonely planet e sta stanando chiunque nell'arco di 100km sia mai stato a cuba, per estorcerne informazioni e succhi gastrici. Ha letto libri su cuba, visto film, documentari e sa esattamente cosa succederà una volta atterrati oltralpe, a Cuba. Nella borsa porterà di sicuro un sacco a pelo, dei preservativi e dei libri che non leggerà mai. E' lei che ha messo in giro la voce di portarsi dietro un coltello, una forchetta, il bicchiere e della carta igienica, spacciandola per un'informazione ufficiale.
Elisabetta è riccia, abbronzata, scura, sorridente, simpatica, ridente, euforica e frizzante. E sto parlando solo dei suoi capelli. Non parla spagnolo, ma sembra non essere un problema troppo grande per lei, nonostante sia un elemento vitale per la sua tesi (tesi? qualcuno ha parlato di tesi? cos'è? si mangia?). Il suo unico investimento prima di partire è stato all'esselunga, in cosmetici, 190 € di cosmetici. Ricordatemi di farglielo notare più avanti. Il visto? E a che serve, io ho il balsamo!
Sara è paonazza, effervescente, naturale e maschera un misto di tensiore pre ultimo esame con euforia innaturale per una persona sobria. E' paonazza perchè ha appena detto di essere astemia ed è evidente che sia una cazzata (Greta ci stava credendo). Lei lo spagnolo non sa cosa sia, il visto non l'ha mai visto (ma ha il numero di un ragazzo visto al consolato, vale uguale?), ma in compenso ha comprato anche lei la lonely planet. Lei è quella fidanzata del gruppo, ma da tanto (forse troppo) e va a cuba per chiarirsi le idee (anche se per me andando a cuba ha già deciso). Qualcuno mi dice se il gossip sulla sua relazione è di dominio pubblico o questa frase non è mai esistita?
Io? e che ne so! scrivetelo voi :P
Cosa ci accomuna? Ancora non lo so, a parte andare a Cuba tutti per fare la nostra tesi di laurea magistrale bicocchese. Come siamo finiti a Cuba a fare la tesi? lo scoprirete presto...