21 settembre 2010.
Dopo 12 ore di volo, uno scalo a Madrid e tanta noia, arriviamo all’aeroporto José Martì Perez, l’Avana! Stanchezza ed emozione segnano i nostri volti, la voglia di riposare è in conflitto con quella di vedere e toccare con mano Cuba.
Non pensiamo a nulla per ora, se non a recuperare i bagagli e prendere il primo taxi diretto verso il centro.
Aspettiamo le valigie. L’aeroporto si presenta fin da subito come luogo sovraffollato e disordinato (come poi ci confermerà anche l’Avana); Davide inizia a guardarsi intorno e trova quasi subito, in mezzo a dei bagagli sparsi per terra, le sue due modeste valigie (una di queste rotta e con un gancio a penzoloni creato volontariamente a Milano poco prima di partire, per agevolarne il traino).
Io mi metto ad aspettare la mia super valigiona, comprata qualche giorno prima di partire, di fianco al rullo che trasporta i bagagli appena sbarcati. Aspetto.
Passano una decina di minuti ma nulla. La valigia non si vede.
Aspetto ancora.
Inizia a salirmi una certa sensazione di tensione, sudo ma ho i brividi e la temperatura esterna è di circa 35 gradi con un tasso di umidità pari all’80%.
Inizio a guardarmi attorno spaurita. Di fianco a me un ragazzone di colore, ballerino di Camaguey conosciuto in aereo poco prima.
Infatti, dovete sapere che il nostro viaggio in aereo è stato piacevolmente intrattenuto da una compagnia di circa 30 ballerini e musicisti provenienti da Camaguey, una cittadina situata nella parte orientale dell’isola.
E che bei pezzi di cubani! ‘Menomale che ci sono i ballerini!’-penso tra me e me-. Anche a lui non sono ancora arrivati i bagagli. Mi rassereno per un istante e faccio male perché poco dopo scopro che la mia valigia, per quella sera, non sarebbe mai arrivata.
Un accoglienza così non me la sarei mai aspettata.
E poi dicono che la sfiga non esiste..
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