lunedì 18 ottobre 2010

Il carretto passava e quell’uomo gridava..

“Aguacateee, platanitooo, cebollaaa!!” ..ed è così che quasi ogni mattina tutti gli studenti della residenza, o per lo meno quelli affetti da sonno leggero, vengo ‘dolcemente’ svegliati!

Avete presente i venditori ambulanti che tutt’ora capita di sentir passare per le vie dei piccoli paesi di provincia, propagandando attraverso una voce preregistrata e mandata in loop, la riparazione di ombrelli e coltelli?Bene.

A Sancti Spiritus accade lo stesso, ogni mattina, però al posto di riparare ombrelli e affilare coltelli, l’uomo del carretto a tre ruote (ribattezzato da Davide struzzo) è un fornitore specializzato di frutta e verdura.

Io, da quando l’ho scoperto, ho iniziato a usare i comodissimi ed ergonomici tappi per orecchie. Io.

Davide, invece, sfortunatamente sfornito di questa sorta di anestetico dell’udito, sta meditando ormai da un paio di settimane quale sia la strategia più efficace per annientarlo.

Ecco le proposte:

1.lancio dalla finestra di bucce di banana così da poter provocare uno slittamento e probabile rottura del rudimentale carro;

2.costruzione artigianale e assemblaggio di fionda, possibilmente in grado di tirare frutta di grandi dimensioni tipo cocco e frutta bomba (vedi papaya che però non viene usato perché significa figa, in realtà viene usato ma non in circostanze di compravendita al mercato agropecuario);

3.rubare la piazza al malcapitato diventando noi la concorrenza e giocando al ribasso dei prezzi.

Fate voi il vostro pronostico e io vi terrò aggiornati su quanto succederà!

E comunque la frutta qua è buonissima!

Easy

Davide: “dai Gre ma è tutto così semplice!”

Io : “ah, sì infatti! Ma non avevano parlato di uragani in questa stagione?”

Decisi, dopo aver assaporato una pessima comida al ristorante di legno del Parque Central (consigliato dalla Lonley per la sua caratteristica qualità/prezzo, ma in realtà è un’inculata), andiamo a prendere il bus che avrebbe dovuto portarci fino all’aeroporto facendoci risparmiare ben 25 cuc (all’incirca 23 euro) che avremmo speso effettuando la stessa tratta in taxi. Tutto ciò per recuperare la tanto attesa valigia!

Partiamo a piedi con la pancia bella piena di cibo e alcol (vedi Bucanero-tipica birra cubana prodotta vicino a l’Avana- sulla bottiglia viene indicata come ‘fuerte’); dobbiamo arrivare fino alla fermata del bus che dista un chilometro circa dal punto di partenza. Inizia a diluviare. Volevo rimangiarmi la domanda con cui ho esordito (vedi sopra).

Troppo tardi, ce la prendiamo tutta. La pioggia dico.

Arriviamo alla fermata. Smette di piovere.

Ci saranno state una cinquantina di persone, tutte sparpagliate per la strada, aspettando con impeto la nostra stessa cosa, il bus numero 16, P16 per l’esattezza! Dico con impeto perché si muovevano nervosamente ogni volta che in lontananza comparivano dei fari grandi, che sarebbero potuti essere quelli del bus.

Noi impariamo fin da subito a fare lo stesso. Dopo alcuni falsi allarmi arriva!

Saliamo e chiedo all’autista “Perdona, esto para a l’aeropuerto?” e lui “Sì sì, vamos!”

Non riusciamo a sederci e nemmeno a stare in piedi, la gente trova spazi a mia idea inesistenti, ma nessuno sembra lamentarsi a parte io e Davide. Andiamo, stipati come sardine in barattoli di latta.

Trovo il posto meno peggio di fianco a un finestrino che però verrà chiuso poco dopo, non appena ricomincerà a piovere. Davide inizia a sudare perdendo tutti i liquidi accumulati durante il pasto (birra e sangria).

Io, innervosita e tesa per il recupero non del tutto certo della mia maleta (trad.s.f. valigia), chiedo ad un curioso passeggero che mi stava appiccicato, quale era la giusta fermata. Lui inizia a farfugliare qualcosa in un cubano stretto e a voce bassissima. Capisco quasi nulla a parte che non esisteva la giusta fermata per il terminal degli arrivi internazionali e le opzioni erano 2, o aspettare un altro bus sotto la pioggia o prendere un taxi. Scendiamo alla fermata dell’informatore e dopo una serie di segnali disperati (io e Davide in mezzo alla strada sbracciandoci e fischiando) si ferma un tassista, tra l’altro uno dei più antipatici incontrati finora. Ci chiederà 6 cuc per la breve tratta (circa 6/7 km).

Quindi ci siamo, Terminal 3 arrivi internazionali.

Mi dirigo come una furia all’ufficio informazioni dove chiedo a chi avrei potuto rivolgermi per recuperare il bagaglio e giustamente mi spediscono all’ufficio lost and found! La vedo, è lei più bella che mai..con qualche graffietto ma c’è!!non me l’hanno venduta!!Inizio a saltellare e urlare in mezzo al corridoio, felicissima, la sicurezza e la polizia di dogana invece un po’ meno. Davide mi richiama all’ordine. Il segretario mi tarpa subito le ali e mi manda al piano di sopra, all’ufficio Air Europa..compagnia del cazzo colpevole del disagio!

Furiosa. Spalanco la porta senza nemmeno bussare e una voce fastidiosissima proveniente da non si sa bene dove mi dice ‘Momentico’!

Appena capisco che averi dovuto aspettare dell’altro tempo inizio a dare i numeri, Davide imbarazzato cerca di riportare una sorta di calma prendendo in mano la situazione.

Dopo mezz’ora uscirò da quel dannato aeroporto trainando entusiasta il mio equipaggio!

Il viaggio della speranza

21 settembre 2010.

Dopo 12 ore di volo, uno scalo a Madrid e tanta noia, arriviamo all’aeroporto José Martì Perez, l’Avana! Stanchezza ed emozione segnano i nostri volti, la voglia di riposare è in conflitto con quella di vedere e toccare con mano Cuba.

Non pensiamo a nulla per ora, se non a recuperare i bagagli e prendere il primo taxi diretto verso il centro.

Aspettiamo le valigie. L’aeroporto si presenta fin da subito come luogo sovraffollato e disordinato (come poi ci confermerà anche l’Avana); Davide inizia a guardarsi intorno e trova quasi subito, in mezzo a dei bagagli sparsi per terra, le sue due modeste valigie (una di queste rotta e con un gancio a penzoloni creato volontariamente a Milano poco prima di partire, per agevolarne il traino).

Io mi metto ad aspettare la mia super valigiona, comprata qualche giorno prima di partire, di fianco al rullo che trasporta i bagagli appena sbarcati. Aspetto.

Passano una decina di minuti ma nulla. La valigia non si vede.

Aspetto ancora.

Inizia a salirmi una certa sensazione di tensione, sudo ma ho i brividi e la temperatura esterna è di circa 35 gradi con un tasso di umidità pari all’80%.

Inizio a guardarmi attorno spaurita. Di fianco a me un ragazzone di colore, ballerino di Camaguey conosciuto in aereo poco prima.

Infatti, dovete sapere che il nostro viaggio in aereo è stato piacevolmente intrattenuto da una compagnia di circa 30 ballerini e musicisti provenienti da Camaguey, una cittadina situata nella parte orientale dell’isola.

E che bei pezzi di cubani! ‘Menomale che ci sono i ballerini!’-penso tra me e me-. Anche a lui non sono ancora arrivati i bagagli. Mi rassereno per un istante e faccio male perché poco dopo scopro che la mia valigia, per quella sera, non sarebbe mai arrivata.

Un accoglienza così non me la sarei mai aspettata.

E poi dicono che la sfiga non esiste..

giovedì 14 ottobre 2010

Cosa ci faccio con in mano il parafango di una macchina della polizia?

A me tutto sommato Santiago non dispiace. Fanno un buon caffè, i ragazzi per strada cercano di barattare le mie compagne di viaggio per madri, mamme e paia di scarpe, le ragazze ammiccano anche se sono a braccetto della mamma o del ragazzo e la pizza all'aragosta costa meno di un euro.
Per Sara è una città inutile intorno a spiagge brutte. Vedi anche: dove sono le spiagge bianche delle cartoline? A Greta invece la città piace un sacco. Vedi anche: è piena di negri. A Elisabetta la città fa cagare sin dall'inizio e collauda i bagni di ogni locale della città. Vedi anche: diarrea. Non si scherza con l'aria condizionata degli autobus cubani e con l'acqua gialla con i vermi che si bevono i nativi dell'isola.

Non so cosa ci abbia spinto a farci venticinque ore di viaggio in pullman tra andata e ritorno per andare a Santiago. Bernardo ancora non se lo spiega "a Santiago non si va" sentenzia. Forse è stata l'ebrezza di avere un giorno di festa di lunedì. "Weekend lungo? Andiamo a Santiago!" Urlavamo entusiasti.

Invece piove tutto il tempo (sarà la stagione dei cicloni?), la spiaggia, a venti chilometri dalla città, sono grigie e piene di vecchi maniaci italiani con ragazzine cubane (baffute e ciccione), il mare è sporco e pieno d'immondizia, la gente per strada rompe il cazzo a tempo pieno e i monumenti sono cose noiose rivoluzionarie o religiose del calibro del prato dove avevano nascosto le armi prima dell'assalto Fidel e i suoi… (qualcuno ci chiederà con sorpresa perché non siamo andati a vedere questo "prato-museo")

E' così che ci troviamo ad ordinare tutti i piatti della lista del ristorante quando scopriamo che si paga in moneta nazionale (1 peso di moneta nazionale vale meno di 5 cent di euro). Vedi anche: gamberoni alla griglia, pizza con aragosta, cocktail di gamberi, filetto di pesce alla griglia, filetto fritto, risotto di mare con gamberoni, aragosta e pescado vario. Il tutto per 2 euro, vinaccio incluso.

La cameriera è abbastanza indisposta e torna più volte a chiederci se siamo davvero intenzionati a mangiare tutto. Non sa che in realtà ordineremo ancora. I cuochi si affollano dietro la porta della cucina per vedere chi ha ordinato tutta quella roba. In realtà finiremo tutto e rimarremo anche male quando ci dicono che il dolce non c'è. Vedi anche: viviamo nella residenza, non mangiamo da due settimane.

Greta pretende quindi di avere un gelato ed è così che ci mettiamo in coda in quello che deve essere il posto dove fanno il miglior gelato del mondo. Cazzo: c'è meno coda al blue tornado a gardaland!

A Sara, giustamente viene il dubbio che non possano avere gelato per tutti, specie perché la gente non ordina coni ma secchielli e convince (senza troppo sforzo) Elisabetta, finalmente tornata di un colore umano superata la peste marrone, ad andare a comprare dei biscotti. Le incarico di portarmi un paio di birre per non perdermi l'ebrezza della coda.

Un'ora dopo saremo ancora in coda e giustamente il gelato "se acabò" (è finito). La gente, nemmeno troppo sconvolta si disperde per le strade, quasi soddisfatta di aver dato comunque un senso alla serata avendo fatto anche due ore di coda. Ci sediamo quindi a discutere dell'università su una cordiale panchina bagnata, dove ci riprendono più volte perché non siamo seduti in modo decoroso: mai mettere i piedi su dove ci si siede, foss'anche la strada, si sporca!

A un certo punto un negro (tanto per suscitare già un po' di odio per questa persona, anche se funzionerà solo per i razzisti) ci si avvicina e inizia a rompere il cazzo come gli altri negri di Santiago che rompono il cazzo, ma ormai non ci facciamo più caso, visto che sono tre giorni che rompicazzo (non solo negri, va detto per spezzare una lancia in loro favore) rompono il cazzo. Se n'è accorta anche la lonely planet della gente rompicazzo, giuro, non siamo noi fissati o perseguitati.

Dopo venti minuti che ci osserva e ci studia, il negro, decide di entrare in azione. Afferra il portafoglio di Elisabetta e inizia a correre come un bastardo. Greta subito dietro, scalza, inizia a corrergli dietro. Iniziamo a urlare policia, fermate il bastardo, a fischiare e a correre, anche se la cosa ci ha preso del tutto di sorpresa e un po' rimaniamo interdetti. Fermiamo un tipo in moto per cercare di trovare il negro visto che corre come un bastardo e già lo abbiamo perso. E' così che mi trovo su una moto dell'anteguerra (non tanto perché abbiamo fermato uno sfigato, ma perché le moto qua sono tutte super vecchie) a girare per il quartiere alla ricerca del tipo. Invano.

Chiamiamo la polizia che arriva dopo cinque minuti. Ci dividiamo in due macchine e iniziamo a correre come pazzi per le strade fermando negri a caso. Vedi anche: a Santiago è pieno di negri.

A un certo punto però la macchina dove siamo si ferma. Siamo arrivati? E dove? perché ci siamo fermati?
"Cazzo di stronzi" fa uno dei due tutori dell'ordine "mai una volta che ce la lascino con un po' di benzina". L'altro scende e apre il cofano alla ricerca di chissà cosa. In realtà abbiamo anche le ruote dietro dentro a un fosso dove non usciremo tanto facilmente.

Dopo due minuti i due gendarmi convincono due ragazzine sedute su un gradino li vicino ad aver visto qualcosa di sospetto in cambio, credo, di prestazioni sessuali. Giusto per essere un po' tutti protagonisti in qualcosa che ci sembra già abbastanza surreale. Arrivano anche gli altri che schizzano (per quanto una macchina della polizia cubana possa schizzare) nella direzione indicata dalle troie.

All'arrivo di un camion che minaccia di ridurre in poltiglia la macchina decidiamo di spostarla. E' così che mi trovo con in mano il parafango della macchina della polizia, per spostarla a lato della strada per far passare il camion.

A un certo punto tornano anche gli altri e dopo un rabboco di benzina volante decidono di portarci in commissariato a farci rilasciare una denuncia.

Ad attenderci dentro il commissariato c'è il capo della baracca (negro) sdraiato su una sedia sopra una specie di altare a forma di recepito. Greta, inizialmente attratta dal mastodontico capo della policia, gli confessa subito che gli fa paura, quando le dicono di sfogarsi pure su di lui per scaricare la tensione.

A questo punto i poliziotti cercano di sedurre a giro tutte le ragazze con tecniche più o meno interessanti, dallo sguardo languido alla multa. A un certo punto spariscono tutti per un'ora e ci mettiamo quindi nella sala d'attesa (nonché atrio e ufficio denunce) aspettando che succeda qualcosa. Ci immaginiamo che possa succedere anche qualcosa visto che le sedie sono disposte tipo cinema solo da una parte della stanza, mentre dall'altra non c'è nulla, ma non arrivano né cabarettisti né musicanti. Non succede nulla per un'ora buona insomma.

Quando tornano i poliziotti decidono di farci fare deposizioni separate, per controllare le nostre versioni. Vanno per prima Sara ed Elisabetta e passa almeno un'altra ora, intanto che Greta collezione multe per appestamento dell'ambiente (per via delle scarpe che si è tolta) e per mangiare caramelle di metallo. Vedi anche: piercing sulla lingua.

Quando è il nostro turno di deporre capiamo il perché di tanta attesa. A prendere le deposizioni sono in due, uno con la macchina da scrivere, l'altro a mano… Ci chiediamo chi diavolo glielo faccia fare visto che sono ormai le 2 di domenica notte e il giorno seguente è festa. Cose mai viste in italia.

Ma il surreale si raggiunge solo quando, una volte accompagnate a casa Sara ed Elisabetta dai gendarmi, decidono di portarci al "laboratorio" per ricostruire il volto dell'assassino. Ovviamente però per andare nel "laboratorio" c'è bisogno anche dello "specialista" che giustamente al telefono non risponde. "non c'è problema" ci rassicurano "sappiamo dove abita". Insomma, lo stiamo andando a prendere a casa.

Greta nel tragitto mi chiede di pizzicarla e schiaffeggiarla perché non crede che stia succedendo davvero. E invece è proprio così. Altri venti minuti ad aspettare che lo "specialista" si faccia la doccia e partiamo.

Il "laboratorio" è in realtà una casa normalissima con una stanza con un paio di computer. Quello speciale ha anche Photoshop installato. Lo specialista scopriamo essere uno che sa usare Photoshop. Greta, la super testimone, si spara un'ora buona di specialista a scegliere negri e pezzi di negri per comporre il profilo del criminale. Io aspetto nella sala d'attesa dove c'è una specie di discovery channel cubano alla tv, insieme al nostro autista che però dopo 10 minuti si addormenta su una sedia. Passano 40 minuti prima che cada dalla sedia di faccia e vada a sdraiarsi in macchina.

L'altro tipo, uno di quelli che prendeva le deposizioni a mano, a un certo punto esce e mi confessa "ma come cazzo fa a distinguere tra tutti quei negri?" riflette ancora un po' "cazzo, i negri sono tutti uguali". Non riesco a dargli torto.

Dopo due ore di laboratorio ce ne risaliamo in macchina con il profilo del criminale stampato in una trentina di miniature su un a4 con una stampante dalla cartuccia evidentemente finita (tanto che non sembra manco più negro), svegliamo l'autista e ci assicuriamo che le portiere siano chiuse e le teniamo per evitare che si stacchino durante il tragitto. Anche se il tragitto in realtà dura solo dieci metri. Vedi anche: la macchina non riparte più.

Passiamo dieci minuti a scongiurare di non farcela a piedi finchè per grazia la macchina riparte. Arriviamo a casa giusto mezz'ora prima che suoni la sveglia per andare a prendere il bus per tornare a casa. Elisabetta e Sara in realtà non riusciranno però a prendere il nostro stesso bus perché nel portafolio rubato c'era anche un foglio importantissimo che diceva che loro potevano prendere autobus dei cubani e non quelli truffa per turisti.

Scopriremo poi che in qualche modo prenderanno quello dopo, anche se con un metodo non propriamente convenzionale che non gli permetterà mai più di tornare a Santiago.

PILAR

E' dove il tutto e il nulla si assomigliano molto che il poco diventa la cosa più desiderabile. E' così che brandendo i nostri vassoi di metallo (che sono in realtà anche i nostri piatti) ci mettiamo in coda per fare il bis del pranzo, per la precisione della stessa polenta a blocchi che sembra più budino che polenta, ma che chiamiamo così per il semplice fatto che sia fatta di acqua e farina (i cubani, che sono svegli, la chiamano harina, che vuol dire appunto farina; non gliela si fa così facilmente ai cubani), zuppa di fagioli e pane. Ed incredibile, ne mangeremmo anche il secondo bis.

E' dove il poco è ovunque, ma ovviamente in quantità irrisorie che si sgama al volo qualcosa di non convenzionale in qualsiasi posto. Impossibile in realtà non notarle anche in mezzo alla più terribile confusione. Due, rosse, rotonde e avvolte in un pacchetto di plastica, collegate tra di loro da un filo di gomma.

Elisabetta è la prima ad accorgersene anche perché Pilar, la spagnola in camera con lei le tiene ben visibili sopra la scrivania, a fianco della papaya (ormai andata a male) e i bicchieri vuoti ma con ancora il sapore di rum della sera prima. Inutile dire che la seconda a vederle è Sara, che vive in simbiosi con Elisabetta, anche se ne l'una ne l'altra vogliono arrendersi all'idea e ammettere che quegli ammennicoli sono giocattoli erotici.

"Se fossero pallette erotiche non le terrebbe sulla scrivania" - sentenzia Elisabetta.
"Che schifo cazzo" - pensa tra se e se Sara - "ma strano che non puzzino, ormai sono due settimane…"

Greta non ci crede, lei quelle che usa/ha visto/le hanno detto le sue amiche hanno almeno 3 palline, con 2 non è divertente, anche se lo scontrino sulla scatola di plastica non lascia molti dubbi: "erotik shop".

Ma come vere merde continuiamo a parlarne e sparlarne senza chiedere alla diretta interessata, anche se mentre parlavamo nella loro camera, prima che Pilar e Anamar (le due spagnole in camera con Sara ed Elisabetta) andassero a correre, Pilar, con disinvoltura prende la scatola, va in bagno e riappoggia la scatoletta vuota sulla scrivania. E vanno a correre.

"Ce le ha in tasca" - dice Sara non appena escono dalla porta le spagnole.
Elisabetta non ci sta però - "Adesso mi spieghi dove cazzo sono le tasche in quei pantaloni! Mi ha messo il culo in faccia e non si vedeva nulla." - e ancora - "sono dentro di lei quelle cazzo di palette"

Greta intanto fruga in bagno "mica che ci stia prendendo per il culo e le abbia nascoste in giro". Macchè.

mercoledì 13 ottobre 2010

LA HABANA

"ste puttane vanno in giro tutte mezze nude" riflette tra se e se Greta "dammi un paio dei tuoi boxer". E' così che usciamo dalla casa con la mami che ci schiocca un bacio mentre ci saluta a modo suo: "Hasta pronto mi amor! hola mi vida!"

Si, ce l'abbiamo fatta. Siamo effettivamente a Cuba. La Habana. Hiiiiiiiiyaaaa (da leggersi come un urlo di un cowboy)!

All'uscita dalla casa particular ci si mette di fronte un panorama incredibile, che non potevamo immaginarci nemmeno dal buio della sera prima, dalle strade semi vuote, quando siamo andati a mangiare.

No, non siamo stati in giro troppo la prima sera, giusto il tempo di mangiare un tipico panino con prosciutto e formaggio e di scoprire la bibita ufficiale del nostro stare a Cuba: la Bucanero, la birra nazionale più pensante. In realtà la scelta non è molto ampia, l'altra (la cristal) è per ragazze o maschi "soavi" come ci dice il cameriere.

Non siamo stati in giro troppo perché sempre dove abbiamo mangiato a un certo punto è arrivato un tipo negro ed enorme. Non so se in realtà fosse più negro o più enorme, fatto sta che Greta se ne innamora subito e gli da corda.

"Mi chiamo Rainero, come il principe di Monaco" fa lo smargiasso "più o meno".

E' uno sgamato, come tutti i cubani dopotutto, parla pure un po' di italiano visto che lavora al Diabolica a Milano e a Riccione. Ha addirittura una macchina con meno di venti anni, un lusso che proprio pochi possono permettersi.

Gli chiediamo di una festa, non una in particolare, giusto per fare qualcosa. Ci promette amore, divertimento e tutto quello che serve per una buona serata, soprattutto quando gli diciamo che io e Greta non siamo sposati. A un certo punto però arrivano dei cordiali gendarmi in divisa e iniziano a chiedere documenti ai cubani che intanto si erano affollati intorno a noi.

Gli diamo un appuntamento a un semaforo dove però non ci presenteremo mai visto che Greta inizia a capire che probabilmente un rapporto sessuale con il Principe potrebbe causarle traumi permanenti. Andiamo alla casa.

E' così che attiriamo le attenzioni di chiunque per la strada, ridendo ripensando alla sera prima, sorseggiando un refresco dalla dubbia provenienza pagato qualcosa come 4 centesimi offertoci da una simpatica vecchina dietro a delle sbarre.

Decidiamo di andare in centro anche se non prendiamo di certo la strada più veloce, ma è così che vediamo posticini davvero belli, come i bambini a scuola o il quartiere cinese (anche se di cinesi non c'è traccia, ma dove in compenso i nomi delle vie sono scritti in cinese), o gli struzzi a pedali (è così che ribattezzo quelli che pedalano dei simil risciò a pedali per le strade), i cocò taxi (tondi come cocchi), carretti a cavallo, taxi ufficiali, taxi non ufficiali e altre forme di trasporto più o meno bislacche e non convenzionali.

Riusciamo a farci intortare da una famigliola cubana in piazza e finiamo a offrirgli da bere in un locale dove mangiamo del pessimo pollo e dove lasceremo una generosa offerta alla fine. Vedi anche: ci hanno spennato. Ma per fortuna non ci cascheremo più.

In compenso però ci raccontano un sacco di cose su cuba e sui cubani: pare che siano tutti dottori e medici, dato che l'istruzione è gratuita (bisogna solo fare un paio d'anni di volontariato forzato alla fine degli studi), ma che siano davvero pochi a fare il proprio lavoro, o perché lavorare nel turismo rende di più o semplicemente perché ce ne sono troppi e quindi non c'è lavoro per tutti, anche se per legge tutti devono avere un lavoro.

Com'è Cuba quindi? Diversa, anche se come ci hanno spiegato, diversa è l'aggettivo usato quando non si vuole prendere una posizione e lasciare aperte sia accezioni positive che negative.

Gli orologi non segnano mai l'ora e la maggior parte sono proprio fermi, segno che in realtà ai cubani, dell'ora non importa poi così tanto. Non ci sono orari nemmeno per il pranzo o per la cena, infatti si mangia dalle 8 di mattina fino a notte, qualsiasi cosa e ovunque. Facilissimo trovare dei "bar" improvvisati lungo la strada, che non si ritroveranno mai il giorno seguente. Gli orologi ai polsi, sebbene non funzionino però in genere sono d'oro, perché l'orologio è segno di potere, o così ci raccontano.

In giro per le strade piene di buchi e non sempre asfaltate ci sono gatti, cani e persone sedute sui gradini, che credo non facciano proprio nulla dalla mattina alla sera a parte fare il verso del bacio quando passa qualcuno che gli sembra scopabile e passeggiando con greta lo sentiamo spesso (saranno i miei boxer ad attirare i più?). Le tipe sono diverse e spesso hanno uno stato di peli su braccia, gambe e faccia imbarazzante. Vedi anche: hanno i baffi cazzo. Ma non mi darò per vinto, tranquilli.

"Se ci sono tanti gatti?" ci dice a un certo punto un tassista "No, e non è che stanno sulle palle, solo che a volte capita che attraversino la strada e…" e ci lascia intendere la fine che facciano, anche se non ne sembra particolarmente dispiaciuto.

Prendiamo uno struzzo per tornare da mami e pare che tutti la conoscano la mami. Iniziamo a sospettare che sia proprio particulare come casa, e che probabilmente spesso non si limiti ad offrire un letto per dormire. Hai capito la mami, mi amor?

Sancti Spiritus invece è diversa, molto diversa...