martedì 11 gennaio 2011

1.1 Internet a Cuba

Con il cento per cento della popolazione in grado di leggere e scrivere, Cuba raggiunge uno dei più alti tassi di alfabetizzazione nel mondo1 e un periodo medio d'istruzione di 8,9 anni. Tassi così alti per quanto riguarda il capitale umano potrebbero far pensare ad un elevato livello di adozione di internet, di converso invece Cuba presenta uno dei tassi più bassi di connettività2. Altri governi autoritari in condizioni economiche simili, come la Corea del Nord e il Laos3, hanno tentanto di regolamentare la rete nei propri paese distaccando i propri cittadini dalla comunità internet globale4 o offrendo condizioni sfovorevoli per l'utilizzo (il Laos ha uno dei livelli di banda più bassi nel mondo). A Cuba però, nonostante le ottimistiche intenzioni del governo già dal 19965 di fornire a tutti i cittadini cubani informazioni sociopolitiche, economiche e sportive attraverso un rapido percorso di evoluzione tecnologica, la realtà ha evidenziato le difficoltà di un processo lento e in ritardo rispetto ad altri paesi che pure non godono di condizioni politiche e geografiche favorevoli per la diffusione della rete6. Nel 1998 Cuba contava solo su di una connessione satellitare a 64-kbps7. Nel 2005 solo 3.3 su 100 cubani possedevano un PC8. Nel 2006, circa 190,000 cubani (il 2% della popolazione) erano utenti internet, un utilizzo che è approssimativamente un tredicesimo di quello di Costa Rica e ai livelli di Uganda e Sri Lanka9. Dieci anni dopo (2006) le dichiarazioni di Fidel Castro10 ancora non ci sono stati cambiamenti drastici: una connessione satellitare a 65 Mb/s in upload e 124 Mb/s in download serviva l'intero paese e gli 11 milioni di abitanti11. Nel 2007, in seguito alle prime liberalizzazioni di Raul Castro, gli utenti internet sono arrivati ad essere il 16% della popolazione (ai livelli dello Zimbawe12), nonostante persistano pene e restrizioni molto rigide e nella maggior parte dei casi l'accesso sia ristretto ad aree specifiche di competenza13. Notizie positive si prospettano invece per il futuro, dal momento che il cavo di fibra ottica proveniente dal Venezuela dovrebbe arrivare a Cuba nel primo semestre del 201114, anche se le comunicazioni ufficiali cubane15 riportino che solo una ristretta minoranza potrà goderne dei benefici, mentre il resto del paese utilizzerà sempre la stessa connessione satellitare attiva.

L'utilizzo di un singolo satellite e la conseguente lentezza di connessione sono indicati dal governo cubano come conseguenze dell'embrago don gli Stati Uniti16. Secondo il regime infatti le sanzioni tra gli Stati Uniti e Cuba non permettono di collegarsi a un cavo di fibra ottica istallato a soli dodici miglia dalla costa del paese, che deve quindi affidarsi a costosi uplink attraverso paesi dome Cile, Brasile e Canada. Tale condizione si riflette poi sui proibitivi costi di accesso per i cubani che si collegano legalmente ad internet17. L'embargo, inoltre, complica l'acquisto di componenti hardware americane che faciliterebbero le connessioni ad internet18.

Nonostante il governo cubano tenti di incolpare il bloqueo19 e l'Impero (gli Stati Uniti come simbolo del capitalismo) per mantenere i cubani lontani da internet, la verità è che lo stesso governo norma e controlla rigidamente l'uso che se ne fa e le modalità di accesso. Le connessioni private sono pressoché vietate, salvo per alcuni casi particolari (generali, residenti stranieri, istituzioni religiose), a costi proibitivi anche per alcuni che potrebbero averne accesso e solo in seguito a richieste ben motivate20. Per accedere legalmente ad account di posta elettronica o ad internet, la maggioranza degli utenti cubani deve recarsi in luoghi di pubblico accesso (centri ETEC SA o hotel di lusso a l'Havana). In questi luoghi però bisogna spesso attendere a lungo in coda, oltre a fornire il proprio passaporto o documento di identità all'ingresso perché venga annotato su dei registri e pagare 6.00 USD/h, circa metà del salario medio di un cubano. A causa di costi così cari, la maggior parte dei cubani che ne ha la possibilità (quelli che lavorano per i ministeri, gli ospedali, le università, sedi di aziende straniere, aziende con relazioni internazionali, istituzioni religiose) preferisce accedere attraverso intranet nazionali, anche se spesso a condizioni di banda ed accesso molto più sfavorevoli21.

Al contrario dei cubani, ai turisti risulta maggiormente accessibile internet, dal momento che possono accedere dagli hotel e da certi internet cafè, se non altro perchè possono permettersi il costo del servizio.

Per esempio, l'Hotel Palco a l'Havana offre 24h di accesso a internet in camere private per 10 USD, anche se l'offerta è ristretta ai turisti, i cittadini cubani non possono accedervi.

Rispetto alle costose connessioni legali esistono alternative illegali, anche se tecnologicamente difficili da realizzare e pericolose per gli effetti che potrebbero susseguirne, visto soprattutto che il rischio di essere scoperti è enorme22. Il mercato nero dell'accesso a internet è venduta da cubani con account approvati a quelli che non hanno i mezzi o i permessi per accedervi23. È possibile altrimenti cercare di ottenere un account da impiegati o tecnici dell'impresa (ETEC SA) che si occupa della fornitura. La condivisione di un account è un altro metodo per ottenere un'e-mail senza essere approvati. In genere la condivisione24 è effettuata con account stranieri (yahoo, gmail, hotmail...) ed è possibile anche se solo una persona è stata approvata, o attraverso l'approvazione comprata da prestanomi autorizzati25.

Nonostate l'iniziale dichiarazione di Fidel Castro che definiva l'accesso a internet un “diritto fonamentale” di tutti i cubani, il regime, da quando internet è diventato pubblico nell'ottobre del 199626, ne ha sempre ristretto l'accesso. Nel giugno del 1996 infatti, il Comitato Esecutivo del consiglio dei ministri cubano approvava il Decreto Legge 209 che regola lo sviluppo di internet a Cuba. Il decreto legge 209 mette l'accento sull'importanza di “politiche e strategie” per la rete perché siano in linea con la cultura del paese, i propri bisogni per lo sviluppo e l'”interesse per la difesa nazionale e la sicurezza”27. L'articolo 13 del decreto legge 209 riporta che “per assicurare che i principi presenti in questo decreto siano rispettati, l'accesso ai servizi del world wide web saranno selettivi” (Decreto No. 209/1996 Sobre el acceso de la Repúlica de Cuba a Redes de Alcance Global). In questo modo il governo cubano pose dal principio una forte restrizione all'accesso e all'uso della rete.

Il decreto legge 209 discute la prioritizzazione dell'eleggitbilità degli aventi diritto all'accesso menzionati con l'articolo 13. L'articolo 12 dice:

Le politiche della rete saranno progettate in dipendenza degli interessi nazionali. La priorità della connettività sarà data agli individui legalmente riconosciuti e alle istituzioni considerate più rilevanti per il benessere e lo sviluppo del Paese. (Decreto No. 209/1996 Sobre el acceso de la Repúlica de Cuba a Redes de Alcance Global).

Gli “individui legalmente riconosciuti e alle istituzioni considerate più rilevanti per il benessere e lo sviluppo del Paese” a cui il decreto legge 209 fa riferimento nella Sezione III, corrispondono agli intellettuali filogovernativi (non dissidenti o anti rivoluzionari), a ricercatori e giornalisti governativi, allo staff di compagnie con forti relazioni internazionali e ad imprese informatiche28.

Il governo cubano inoltre applica la censura su alcuni siti, principalmente quelli erotici (che vanno contro la cultura e la morale del paese), quelli terroristici e xenofobi (tra cui rientrano anche quelli politici/informativi non filogovernativi anche se non detto espressamente)29. Dall'Hotel Palco è impossibile per esempio collegarsi a www.hermanos.org, il sito internet dei Brothers of Rescue (trad. fratelli del salvataggio), un'organizzazione anti castristista con sede negli Stati Uniti che si propone di realizzare attività umanitarie ma che è stata accusata dal governo cubano di essere collegata ad attività terroristiche30. Un altro esempio è l'accesso negato per www.democracia.org, un sito internet dove si chiede il rilascio di Oscar Elias Biscet, un fisico dissidente cubano condannato a 25 anni perchè accusato di collaborare con il governo statunitense per sovvertire il regime31.

Oltre a bloccare siti ptenzialmente pericolosi per la “sicurezza e la difesa della cultura del paese”, il governo cubano monitora tutte le e-mail inviate dai punti di accesso pubblici. Presso gli internet point del Correos de Cuba, gli utenti devono segnare il proprio nome ed indirizzo all'entrata32. Tutto il traffico delle e-mail passa infatti attraverso l'unico ISP disponibile, controllato direttamente dal governo, che ha predisposto un filtro che controlla i termini digitati e nel caso siano sulla blacklist (es. nomi di dissidenti)33 visualizza un messaggio pop-up che senza alcuna notifica chiude il browser34.

Per impedire ai dissidenti di fornire informazioni dal raggiungere testate straniere, il regime vieta a giornalisti e dissidenti di accedere ad internet legalmente, attraverso appunto il controllo all'entrata negli internet point. Per esempio nessuno dei diciassette giornalisti che lavorano per l'agenzia di stampa Cubanac N (la più famosa agenzia di giornalisti indipendenti di Cuba) ha il permesso di entrare in questi cafè per inviare i propri elaborati oltreoceano o negli Stati Uniti. Per comunicare con editori stranieri si trovano costretti a dettare gli articoli per telefono, a costi di chiamata esorbitanti (10 pesos covertibili per 5 minuti, più o meno 10 €)35 che nonostante sia molto più lento e dispendioso è sicuramente più sicuro. Nel 2006 ci furono ventiquattro giornalisti indipendenti incarcerati, con condanne fino a ventisette anni di carcere. Durante i processi, l'accusa si è concentrata sulle loro attività sulla rete riguardanti la pubblicazione di articoli su siti statunitensi che minavano la sicurezza del paese. Inibendo la libertà di comunicazione di giornalisti indipendenti il regime impedisce che le informazioni escano dal paese.

La politica castrista di accesso selettivo alla rete aiuta il governo a mantenere un controllo centralizzato sul paese. Nel 1996 al World Economic Forum, nel suo discorso intitolato “Dichiarazione d'indipendenza del Cyberspazio”, John Perry Barlow, il cofondatore dell'Electronic Fronteir Foundation, espresse chiaramente il concetto di come internet averbbe reso la sovranità nazionale obsoleta, diminuendo il potere e il controllo dello stato sul cittadino per quanto riguarda l'accesso alle informazioni36. In regimi repressivi, internet può permettere ai cittadini di acquisire consapevolezza sulla realtà sociale, economica e politica degli altri paesi e può facilitare così un processo di cambiamento37. Per esempio con le elezioni del 2009 in Iran ha giocato un ruolo fondamentale twitter38 per la divulgazione e il reperimento delle informazioni39. Il governo cubano, con il suo stretto controllo sopra la rete, mantiene quindi maggior controllo sull'esposizione delle informazioni ai suoi cittadini e sulla potenziale influenza delle informazioni provenienti dall'estero.

Internet è considerato un importante strumento per lo sviluppo della democrazia dal momento che fornisce ai cittadini potenti mezzi di comunicazione di massa40. Così come la rete fornisce canali per una libera espressione e un libero scambio di idee, l'accesso non ristretto rafforza i valori e gli standard democratici di un paese41. Conversamente ad altre forme di teleomunicazione internet è un medium che permette a ciascun utente di inviare informazioni a qualsiasi destinatario e ricevere informazioni da mittente o fonte, benché internet non rientri comunque tra i mezzi che supportino un controllo centralizzato42. Secondo LaKindra Mohr, della Johns Hopkins University, le restrizioni alla rete “possono non solo nascondere, ma eliminare il ruolo di internet per il proliferare di sottoculture ai fini di un cambiamento politico”43.

Sebbene la situazione descritta disegni un contesto in cui internet non sembra avere molto spazio all'interno della socità coubana, sembra che per il futuro si aprano degli spiragli importanti per un'adozione massiva, visto anche i grandi cambiamenti in atto all'interno della società e nella cultura cubana44.


3The Internet and state control in authoritarian regimes: China, Cuba and the counterrevolution (originally published in August 2001), Shanthi Kalathil, Taylor C. Boas (http://firstmonday.org/htbin/cgiwrap/bin/ojs/index.php/fm/article/view/1788/1668)

4 Corrales and Westhoff, Information Technology Adoption and Political Regimes. 2006:925

5Decreto Legge 209, giugno 1996

9Unesco Institute for Statistics

10 Patrick Symmes, “Che is dead,” Wired, http://www.wired.com/wired/archive/6.02/cuba.html

12Unesco Institute for Statistics

19Trad. embargo

24I messaggi non vengono realmente inviati, ma vengono salvati tra le bozze, in modo che non rimanga traccia delle comunicazioni all'infuori dell'account condiviso.

26 Patrick Symmes, “Che is dead,” Wired, http://www.wired.com/wired/archive/6.02/cuba.html

27Decreto Legge 209, giugno 1996

36 Open Networks, Closed Regimes: The Impact of the Internet on Authoritarian Rule (Forward), Shanthi Kalathil, Taylor Boas, 2000 (http://firstmonday.org/htbin/cgiwrap/bin/ojs/index.php/fm/article/view/1025/946)

37The Internet and state control in authoritarian regimes: China, Cuba and the counterrevolution (originally published in August 2001), Shanthi Kalathil, Taylor C. Boas (http://firstmonday.org/htbin/cgiwrap/bin/ojs/index.php/fm/article/view/1788/1668)

40 Geoffry L. Taubman, Keeping Out the Internet? Non-Democratic Legitimacy and Access to the Web (http://firstmonday.org/htbin/cgiwrap/bin/ojs/index.php/fm/article/view/984/905)

41 Volume 27, Number 2, Summer-Fall 2007, Mohr, LaKindra. Of Note: State Control of the Internet Reins in Cuba's Future

42 Keeping Out the Internet? Non-Democratic Legitimacy and Access to the Web

Geoffry Taubman (http://firstmonday.org/htbin/cgiwrap/bin/ojs/index.php/fm/article/view/984/905) e Open Networks, Closed Regimes: The Impact of the Internet on Authoritarian Rule (Forward), Shanthi Kalathil, Taylor Boas, 2000 (http://firstmonday.org/htbin/cgiwrap/bin/ojs/index.php/fm/article/view/1025/946) (http://bit.ly/hRMVKX)

43 Volume 27, Number 2, Summer-Fall 2007, Mohr, LaKindra. Of Note: State Control of the Internet Reins in Cuba's Future

44Proyecto de Lineamientos de la política económica y social (http://www.cubadebate.cu/wp-content/uploads/2010/11/proyecto-lineamientos-pcc.pdf)

lunedì 15 novembre 2010

Sandra la puerca

Il programma di questo fin de semana è ancora una volta mare. Possibilmente evitando di fare dodici ore di bus per arrivare in una spiaggia merdosa, grigia e sporca (vedi anche: non andate mai a Siboney). E' così che tentiamo Cayo Coco, dopo la lezione sulle spiagge bianche con acqua cristallina che Virginia (la prof di spagnolo) ha fatto a Sara e Betti (dopo che aveva saputo che eravamo stati a Siboney).
Decisa la Destinazione non ci rimane che vedere come arrivarci, che in genere è la parte più difficile di tutte, soprattutto se non ci si vuole arrendere all'idea di viaggiare con Viazul (la compagnia truffa per turisti) o in taxi (che di base sono una truffa di per se).
A prendere parte alla gita siamo i soliti sette nani dopo l'incidente in miniera: io, Gre, Sara e Betti mentre i piani per raggiungere l'obbiettivo sono molteplici e contemplano differenti difficoltà. L'idea più "facile" è andare a Cayo Coco e tornare, la "intermedia" comprende una prima tappa a un carnevale (che chiamano così anche se la gente non si veste e a parte bere e le giostre non c'è molto altro, ma che tutto sommato "è di strada"), mentre quella "difficile" comprende carnevale, Cayo e Trinidad (che in tutto questo non è per nulla di strada), per non farsi mancare nulla.
Il problema in tutto questo, come ogni volta a Cuba, è spostarsi. Vedi anche: un bus diretto non esiste e in realtà scopriremo poi i cubani non possono proprio andarci a Cayo Coco.
Ci convincono in qualche modo ad andare a Ciego de Avila, da cui poi "è un attimo" arrivare al Cayo, anche se mamma Lonly ci suggeriva di puntare Moron e ogni persona lucida con davanti una cartina non ci avrebbe pensato due volte ad andare subito a Moron. Insomma, decidiamo di andare a Ciego e decidiamo di andarci in uaua (come chiamano i bus qua) risparmiandoci per sto giro dei fantastici camion (mezzi di fortuna senza finestre, senza posti a sedere e a volte senza tetto che giustamente dal nome sono dei camion, dove per dei prezzi ridicoli ci stipano più della gente che potrebbe starci) che pure vanno in quella direzione.
Visto però che come sempre decidiamo all'ultimo di muoverci non abbiamo nessuna prenotazione e quindi dobbiamo affidarci alle liste de espera (d'attesa), il che vuol dire sveglia alle 5 per scrivere i nostri nomi sulla lista e aspettare che ci sia posto sul primo bus per la nostra destinazione. Il problema è che di bus ce ne sono solo due al giorno ed entrambi presto la mattina e ovviamente un sacco di gente che vuole prenderli. Riusciamo spingendo, urlando e corrompendo (vedi anche: metodo classico) a prendere il secondo ed ultimo bus della giornata quando ormai sono le 8.
Ci addormentiamo avvolti in asciugamani visto che sui bus a Cuba ci sono sempre 10 gradi tra le risate causate da un'improbabile serie di annunci radiofonici dove si tenta di vendere tra le altre cose uno stereo quasi funzionante, un paio di scarpe "di marca" e un pezzo di finestra. E per contattare queste persone viene lasciato l'indirizzo di casa!
A Ciego arriviamo alle 11 quando ormai tutti gli autobus della giornata sono partiti. Ci si prospettano quindi diverse possibilità: pagare un taxi, prendere un treno della morte (3 ore per 30 km) per Moron (che giustamente è dove ci consigliano di andare) e da li fare botella (l'autostop), oppure ancora passare la notte a Ciego e prendere una uaua o un camion per la mattina seguente, anche se questo vuol dire poi tornare a casa non prima di lunedì in giornata.
Ci dividiamo in due gruppi per andare a mangiare quando scopriamo che c'è sempre la possibilità di andare al carnevale, ma che per arrivarci dobbiamo tornare un po' indietro e per tornare non c'è manco una lista d'attesa scritta ma bisogna aspettare direttamente nel salone d'attesa (e il bus è dopo 5 ore). Così Sara trascina Betti per hotel (tutti gli hotel di Ciego per la precisione) cercando eventuali escursioni che ci potrebbero portare a prezzi ragionevoli al Cayo, dove bisogna andare a tutti i costi, l'ha detto Virginia!
Io e Gre presi dal grande senso di responsabilità che ci contraddistingue decidiamo che non vogliamo perdere un giorno di lavoro e rielaboriamo il piano C: carnevale e Trinidad, saltando il Cayo.
Decidiamo così di dividerci e iniziamo già a caricarci per il carnevale, anche se in realtà è stato abbastanza un viaggio nel tempo più che un carnevale: al nostro arrivo ad attenderci nel paesello c'erano un'infinità di giostre spinte a mano dove dei bambini urlavano come dei pazzi, bancarelle piene di ogni tipo di cibo (per quanto si possa parlare di "ogni tipo" di cibo a Cuba), giocattoli (ovviamente usati), carretti trainati da caprette e biciclette con rotelle (un lusso che pochi bambini potevano permettersi). Scopriamo presto che i camion sotto cui si affolla la gente servono birra "dispensata" (noi diremmo alla spina) per un prezzo ridicolo: una "doppia lattina" a 3 pesos (12 cents). E quando dico doppia lattina intendo due lattina usate incastrate una sopra l'altra che vendono dei simpatici signori (che le recuperano per strada e nelle pattumiere) per 5 pesos. Ne prendiamo uno io e uno Gre e iniziamo a bere. Sono le 4 di pomeriggio.
Le strade straripano di gente e l'allegria, la birra e il rum sono ovunque. C'è anche della musica qua e la ed è proprio qua e la che andiamo, cercando di evitare le persone che cadono di faccia per strada e quelli che aprono "pizzerie" improvvisate: a cuba per fare una pizzeria basta un bidone con dei "ripiani" e della brace. Ed era proprio uno di questi bidoni che stavano scaricando da delle scale.
Ci ricordiamo solo ora che a Jatibonico (che è il paese del carnevale, nonché il posto dove ci troviamo ora) abita Yanet, la nostra amica arrizzacazzi della residenza e scrocchiamo così una telefonata bussando a una casa a caso per chiamarla, anche se era ovvio che a casa non ci sarebbe stata e sarebbe troppo facile se i cubani avessero i telefoni cellulari. Niente di fatto insomma.
A un certo punto, vagando seguendo luci suoni e colori, incontriamo dei volti famigliari (più famigliari a Greta che a me, che non me li ricordo proprio), pare conosciuti a una qualche festa. Sono Yaser e il suo amico negro con la faccia simpatica (non che Yaser non sia negro eh) e ci presentano delle loro amiche tra cui spicca per simpatica Laureen. Vedi anche: le altre non ci cagano proprio, troie.
Ci aggreghiamo a loro e continuiamo a bere, anche se in realtà non abbiamo ancora smesso da quando abbiamo scoperto le birre a 3 pesos. Ci troviamo in una bolgia a ballare dove incontriamo gente a caso dell'uni e improbabili ragazze evidentemente sovrappeso e moleste. Sono le 7.
Ci troviamo in qualche modo invitati a cena a casa di Laureen, dove stanno a dormire i negri ed è li che stiamo andando. Per arrivarci però dobbiamo attraversare un paio di campi, di rotaie e un paio di case (si, proprio dentro delle case), ma quando arriviamo i suoi genitori sono felici di vederci e si sbattono non poco per preparaci qualcosa da mangiare mentre noi cerchiamo di lavarci, anche se Laureen a casa non ha l'acqua corrente e bisogna bagnarsi con l'acqua che c'è dentro dei secchi.
Mangiamo anche fin troppo, ma non ce la sentiamo di avanzare nulla, motivo per cui il padre di Laureen si sente contento e decide di offrirci del rum da bere insieme a lui.
Una volta pronti e imbellettati (anche se in realtà io e Gre avevamo solo costumi dietro) facciamo per uscire quando ecco le raccomandazioni del padre: "mi raccomando, non bevete troppo" e ci rifila una boccia da un litro e mezzo di whisky. I negri lo rincuorano, "non preoccuparti" gli dicono, "non beviamo ne più ne meno di quanto ci hai dato", anche se era evidente che mentivano.
A questo punto non ci rimane che recuperare le amiche di Laureen (tra cui scopriamo esserci anche Yanet) e andare al Karaoke (una discoteca dove in realtà non fanno mai karaoke). Arrivate fuori di casa di una delle amiche dove si erano ritrovate già le altre due Laureen ce le presenta, Sandra la puerca (la porca) e Silvia la timida, per ovvi motivi ci spiega. L'altra amica si sta ancora preparando, così abbiamo tempo di inaugurare il whisky, anche se il solo odore di alcool sveglia lo zio dell'amica che stiamo aspettando. Lo zio mi prende in simpatia e decide che sua nipote può essere mia quando voglio, che la loro casa è come casa mia, di andare quando voglio a trovarli. E giù rum.
A questo punto sono abbastanza sbronzo e ogni tanto mi concedo anche di saltare il giro di whisky, mentre ci dirigiamo alla festa, dove quando arriviamo, in un modo o nell'altro, il whisky è finito.
Alla festa troviamo anche Yanet e questo vuol dire ballare, ballare e ballare. E balliamo. Greta è particolarmente scatenata ed apprezzata nella pista. Sandra la puerca in realtà è una delusione, pare sia con un tipo noioso (oltre che super vecchio), mentre la timida e Laureen mi regalano grosse soddisfazioni incastrandomi tra di loro in balli umidi, sudati e ammiccanti.
Ridendo, scherzando e tra gente che si riversa birre in testa "per rinfrescarsi" si fanno le 3 e il karaoke fa per chiudere, quando io e Greta, in evidente stato comatoso dopo la sveglia presto, i vari spostamenti e attese, speriamo di andare in una casa qualsiasi. Invece ci convincono che sono solo le 3 che la festa va avanti. E sia.
Andiamo così per strada seguendo la folla e la musica. Mangiamo pizze e beviamo ancora birra e rum da bicchieri che qualcuno continua a passarci in mano. Anche se siamo cotti e ubriachi ci rendiamo conto però che è tutto il giorno che stiamo ascoltando sempre le solite 20 canzoni, e che palle, ma pare che ai cubani non freghi un cazzo. Pappara americano.
Quando sono ormai le 5 ci ritroviamo semi morti seduti su un marciapiede, in compagnia di simpatici ragazzi che provano tuffi dal marciapiede, di altri collassati e sdraiati per terra che disturbano però una signora che esce di casa per chiedere che venissero spostati di qualche metro lontano dalla sua porta, di Pescadooooo che convince a continuare a dirgli "pescadooo mi fotto tua madre!" per la sua gioia, di altri personaggi più o meno probabili.
Sono le 6 quando riusciamo a convincere Laureen a tornare verso casa sua quando però per le strade c'è ancora un sacco di gente, di musica e la festa non da segni di voler concludersi.
Una volta riattraversati i vari campi, rotaie e case necessari per arrivare a casa sua decidiamo di andarcene a prendere un camion per tornare a Sancti Spiritus, da cui vorremo poi cercare un altro camion per Trinidad, anche se Yaser continuava a dircelo che non ce l'avremmo fatta, che era meglio se ci fossimo fermati a dormire li.
Ci troviamo così a dormire sotto un albero in attesa del camion, insieme a un sacco di altri spostati della festa che cercano in qualche modo di tornare a casa. Dopo un'oretta di sonno mi sveglio e non vedo più Greta. Cazzo, l'hanno portata via, penso.
Vado a vedere che c'è un sacco di gente che si affolla vicino a un simil bus, c'è anche Greta. Qualche genio a questo punto urlerà "cazzo, fate salire gli stranieri" ho già detto che è un genio questo? "che idea si faranno se no di Cuba, cazzo". E saliamo. Genio.
Una volta a Sancti Spiritus però sarà troppo tardi per andare da qualsiasi parte e andremo finalmente a dormire, fino a cena.
Sara e Betti torneranno il giorno dopo, abbronzate e con il sorriso sulla faccia. Vedi anche: ce l'hanno fatta ad arrivata al Cayo. Grandi. Ma sarà più divertente come ci torneranno la settimana dopo.
DADE

lunedì 18 ottobre 2010

Il carretto passava e quell’uomo gridava..

“Aguacateee, platanitooo, cebollaaa!!” ..ed è così che quasi ogni mattina tutti gli studenti della residenza, o per lo meno quelli affetti da sonno leggero, vengo ‘dolcemente’ svegliati!

Avete presente i venditori ambulanti che tutt’ora capita di sentir passare per le vie dei piccoli paesi di provincia, propagandando attraverso una voce preregistrata e mandata in loop, la riparazione di ombrelli e coltelli?Bene.

A Sancti Spiritus accade lo stesso, ogni mattina, però al posto di riparare ombrelli e affilare coltelli, l’uomo del carretto a tre ruote (ribattezzato da Davide struzzo) è un fornitore specializzato di frutta e verdura.

Io, da quando l’ho scoperto, ho iniziato a usare i comodissimi ed ergonomici tappi per orecchie. Io.

Davide, invece, sfortunatamente sfornito di questa sorta di anestetico dell’udito, sta meditando ormai da un paio di settimane quale sia la strategia più efficace per annientarlo.

Ecco le proposte:

1.lancio dalla finestra di bucce di banana così da poter provocare uno slittamento e probabile rottura del rudimentale carro;

2.costruzione artigianale e assemblaggio di fionda, possibilmente in grado di tirare frutta di grandi dimensioni tipo cocco e frutta bomba (vedi papaya che però non viene usato perché significa figa, in realtà viene usato ma non in circostanze di compravendita al mercato agropecuario);

3.rubare la piazza al malcapitato diventando noi la concorrenza e giocando al ribasso dei prezzi.

Fate voi il vostro pronostico e io vi terrò aggiornati su quanto succederà!

E comunque la frutta qua è buonissima!

Easy

Davide: “dai Gre ma è tutto così semplice!”

Io : “ah, sì infatti! Ma non avevano parlato di uragani in questa stagione?”

Decisi, dopo aver assaporato una pessima comida al ristorante di legno del Parque Central (consigliato dalla Lonley per la sua caratteristica qualità/prezzo, ma in realtà è un’inculata), andiamo a prendere il bus che avrebbe dovuto portarci fino all’aeroporto facendoci risparmiare ben 25 cuc (all’incirca 23 euro) che avremmo speso effettuando la stessa tratta in taxi. Tutto ciò per recuperare la tanto attesa valigia!

Partiamo a piedi con la pancia bella piena di cibo e alcol (vedi Bucanero-tipica birra cubana prodotta vicino a l’Avana- sulla bottiglia viene indicata come ‘fuerte’); dobbiamo arrivare fino alla fermata del bus che dista un chilometro circa dal punto di partenza. Inizia a diluviare. Volevo rimangiarmi la domanda con cui ho esordito (vedi sopra).

Troppo tardi, ce la prendiamo tutta. La pioggia dico.

Arriviamo alla fermata. Smette di piovere.

Ci saranno state una cinquantina di persone, tutte sparpagliate per la strada, aspettando con impeto la nostra stessa cosa, il bus numero 16, P16 per l’esattezza! Dico con impeto perché si muovevano nervosamente ogni volta che in lontananza comparivano dei fari grandi, che sarebbero potuti essere quelli del bus.

Noi impariamo fin da subito a fare lo stesso. Dopo alcuni falsi allarmi arriva!

Saliamo e chiedo all’autista “Perdona, esto para a l’aeropuerto?” e lui “Sì sì, vamos!”

Non riusciamo a sederci e nemmeno a stare in piedi, la gente trova spazi a mia idea inesistenti, ma nessuno sembra lamentarsi a parte io e Davide. Andiamo, stipati come sardine in barattoli di latta.

Trovo il posto meno peggio di fianco a un finestrino che però verrà chiuso poco dopo, non appena ricomincerà a piovere. Davide inizia a sudare perdendo tutti i liquidi accumulati durante il pasto (birra e sangria).

Io, innervosita e tesa per il recupero non del tutto certo della mia maleta (trad.s.f. valigia), chiedo ad un curioso passeggero che mi stava appiccicato, quale era la giusta fermata. Lui inizia a farfugliare qualcosa in un cubano stretto e a voce bassissima. Capisco quasi nulla a parte che non esisteva la giusta fermata per il terminal degli arrivi internazionali e le opzioni erano 2, o aspettare un altro bus sotto la pioggia o prendere un taxi. Scendiamo alla fermata dell’informatore e dopo una serie di segnali disperati (io e Davide in mezzo alla strada sbracciandoci e fischiando) si ferma un tassista, tra l’altro uno dei più antipatici incontrati finora. Ci chiederà 6 cuc per la breve tratta (circa 6/7 km).

Quindi ci siamo, Terminal 3 arrivi internazionali.

Mi dirigo come una furia all’ufficio informazioni dove chiedo a chi avrei potuto rivolgermi per recuperare il bagaglio e giustamente mi spediscono all’ufficio lost and found! La vedo, è lei più bella che mai..con qualche graffietto ma c’è!!non me l’hanno venduta!!Inizio a saltellare e urlare in mezzo al corridoio, felicissima, la sicurezza e la polizia di dogana invece un po’ meno. Davide mi richiama all’ordine. Il segretario mi tarpa subito le ali e mi manda al piano di sopra, all’ufficio Air Europa..compagnia del cazzo colpevole del disagio!

Furiosa. Spalanco la porta senza nemmeno bussare e una voce fastidiosissima proveniente da non si sa bene dove mi dice ‘Momentico’!

Appena capisco che averi dovuto aspettare dell’altro tempo inizio a dare i numeri, Davide imbarazzato cerca di riportare una sorta di calma prendendo in mano la situazione.

Dopo mezz’ora uscirò da quel dannato aeroporto trainando entusiasta il mio equipaggio!

Il viaggio della speranza

21 settembre 2010.

Dopo 12 ore di volo, uno scalo a Madrid e tanta noia, arriviamo all’aeroporto José Martì Perez, l’Avana! Stanchezza ed emozione segnano i nostri volti, la voglia di riposare è in conflitto con quella di vedere e toccare con mano Cuba.

Non pensiamo a nulla per ora, se non a recuperare i bagagli e prendere il primo taxi diretto verso il centro.

Aspettiamo le valigie. L’aeroporto si presenta fin da subito come luogo sovraffollato e disordinato (come poi ci confermerà anche l’Avana); Davide inizia a guardarsi intorno e trova quasi subito, in mezzo a dei bagagli sparsi per terra, le sue due modeste valigie (una di queste rotta e con un gancio a penzoloni creato volontariamente a Milano poco prima di partire, per agevolarne il traino).

Io mi metto ad aspettare la mia super valigiona, comprata qualche giorno prima di partire, di fianco al rullo che trasporta i bagagli appena sbarcati. Aspetto.

Passano una decina di minuti ma nulla. La valigia non si vede.

Aspetto ancora.

Inizia a salirmi una certa sensazione di tensione, sudo ma ho i brividi e la temperatura esterna è di circa 35 gradi con un tasso di umidità pari all’80%.

Inizio a guardarmi attorno spaurita. Di fianco a me un ragazzone di colore, ballerino di Camaguey conosciuto in aereo poco prima.

Infatti, dovete sapere che il nostro viaggio in aereo è stato piacevolmente intrattenuto da una compagnia di circa 30 ballerini e musicisti provenienti da Camaguey, una cittadina situata nella parte orientale dell’isola.

E che bei pezzi di cubani! ‘Menomale che ci sono i ballerini!’-penso tra me e me-. Anche a lui non sono ancora arrivati i bagagli. Mi rassereno per un istante e faccio male perché poco dopo scopro che la mia valigia, per quella sera, non sarebbe mai arrivata.

Un accoglienza così non me la sarei mai aspettata.

E poi dicono che la sfiga non esiste..

giovedì 14 ottobre 2010

Cosa ci faccio con in mano il parafango di una macchina della polizia?

A me tutto sommato Santiago non dispiace. Fanno un buon caffè, i ragazzi per strada cercano di barattare le mie compagne di viaggio per madri, mamme e paia di scarpe, le ragazze ammiccano anche se sono a braccetto della mamma o del ragazzo e la pizza all'aragosta costa meno di un euro.
Per Sara è una città inutile intorno a spiagge brutte. Vedi anche: dove sono le spiagge bianche delle cartoline? A Greta invece la città piace un sacco. Vedi anche: è piena di negri. A Elisabetta la città fa cagare sin dall'inizio e collauda i bagni di ogni locale della città. Vedi anche: diarrea. Non si scherza con l'aria condizionata degli autobus cubani e con l'acqua gialla con i vermi che si bevono i nativi dell'isola.

Non so cosa ci abbia spinto a farci venticinque ore di viaggio in pullman tra andata e ritorno per andare a Santiago. Bernardo ancora non se lo spiega "a Santiago non si va" sentenzia. Forse è stata l'ebrezza di avere un giorno di festa di lunedì. "Weekend lungo? Andiamo a Santiago!" Urlavamo entusiasti.

Invece piove tutto il tempo (sarà la stagione dei cicloni?), la spiaggia, a venti chilometri dalla città, sono grigie e piene di vecchi maniaci italiani con ragazzine cubane (baffute e ciccione), il mare è sporco e pieno d'immondizia, la gente per strada rompe il cazzo a tempo pieno e i monumenti sono cose noiose rivoluzionarie o religiose del calibro del prato dove avevano nascosto le armi prima dell'assalto Fidel e i suoi… (qualcuno ci chiederà con sorpresa perché non siamo andati a vedere questo "prato-museo")

E' così che ci troviamo ad ordinare tutti i piatti della lista del ristorante quando scopriamo che si paga in moneta nazionale (1 peso di moneta nazionale vale meno di 5 cent di euro). Vedi anche: gamberoni alla griglia, pizza con aragosta, cocktail di gamberi, filetto di pesce alla griglia, filetto fritto, risotto di mare con gamberoni, aragosta e pescado vario. Il tutto per 2 euro, vinaccio incluso.

La cameriera è abbastanza indisposta e torna più volte a chiederci se siamo davvero intenzionati a mangiare tutto. Non sa che in realtà ordineremo ancora. I cuochi si affollano dietro la porta della cucina per vedere chi ha ordinato tutta quella roba. In realtà finiremo tutto e rimarremo anche male quando ci dicono che il dolce non c'è. Vedi anche: viviamo nella residenza, non mangiamo da due settimane.

Greta pretende quindi di avere un gelato ed è così che ci mettiamo in coda in quello che deve essere il posto dove fanno il miglior gelato del mondo. Cazzo: c'è meno coda al blue tornado a gardaland!

A Sara, giustamente viene il dubbio che non possano avere gelato per tutti, specie perché la gente non ordina coni ma secchielli e convince (senza troppo sforzo) Elisabetta, finalmente tornata di un colore umano superata la peste marrone, ad andare a comprare dei biscotti. Le incarico di portarmi un paio di birre per non perdermi l'ebrezza della coda.

Un'ora dopo saremo ancora in coda e giustamente il gelato "se acabò" (è finito). La gente, nemmeno troppo sconvolta si disperde per le strade, quasi soddisfatta di aver dato comunque un senso alla serata avendo fatto anche due ore di coda. Ci sediamo quindi a discutere dell'università su una cordiale panchina bagnata, dove ci riprendono più volte perché non siamo seduti in modo decoroso: mai mettere i piedi su dove ci si siede, foss'anche la strada, si sporca!

A un certo punto un negro (tanto per suscitare già un po' di odio per questa persona, anche se funzionerà solo per i razzisti) ci si avvicina e inizia a rompere il cazzo come gli altri negri di Santiago che rompono il cazzo, ma ormai non ci facciamo più caso, visto che sono tre giorni che rompicazzo (non solo negri, va detto per spezzare una lancia in loro favore) rompono il cazzo. Se n'è accorta anche la lonely planet della gente rompicazzo, giuro, non siamo noi fissati o perseguitati.

Dopo venti minuti che ci osserva e ci studia, il negro, decide di entrare in azione. Afferra il portafoglio di Elisabetta e inizia a correre come un bastardo. Greta subito dietro, scalza, inizia a corrergli dietro. Iniziamo a urlare policia, fermate il bastardo, a fischiare e a correre, anche se la cosa ci ha preso del tutto di sorpresa e un po' rimaniamo interdetti. Fermiamo un tipo in moto per cercare di trovare il negro visto che corre come un bastardo e già lo abbiamo perso. E' così che mi trovo su una moto dell'anteguerra (non tanto perché abbiamo fermato uno sfigato, ma perché le moto qua sono tutte super vecchie) a girare per il quartiere alla ricerca del tipo. Invano.

Chiamiamo la polizia che arriva dopo cinque minuti. Ci dividiamo in due macchine e iniziamo a correre come pazzi per le strade fermando negri a caso. Vedi anche: a Santiago è pieno di negri.

A un certo punto però la macchina dove siamo si ferma. Siamo arrivati? E dove? perché ci siamo fermati?
"Cazzo di stronzi" fa uno dei due tutori dell'ordine "mai una volta che ce la lascino con un po' di benzina". L'altro scende e apre il cofano alla ricerca di chissà cosa. In realtà abbiamo anche le ruote dietro dentro a un fosso dove non usciremo tanto facilmente.

Dopo due minuti i due gendarmi convincono due ragazzine sedute su un gradino li vicino ad aver visto qualcosa di sospetto in cambio, credo, di prestazioni sessuali. Giusto per essere un po' tutti protagonisti in qualcosa che ci sembra già abbastanza surreale. Arrivano anche gli altri che schizzano (per quanto una macchina della polizia cubana possa schizzare) nella direzione indicata dalle troie.

All'arrivo di un camion che minaccia di ridurre in poltiglia la macchina decidiamo di spostarla. E' così che mi trovo con in mano il parafango della macchina della polizia, per spostarla a lato della strada per far passare il camion.

A un certo punto tornano anche gli altri e dopo un rabboco di benzina volante decidono di portarci in commissariato a farci rilasciare una denuncia.

Ad attenderci dentro il commissariato c'è il capo della baracca (negro) sdraiato su una sedia sopra una specie di altare a forma di recepito. Greta, inizialmente attratta dal mastodontico capo della policia, gli confessa subito che gli fa paura, quando le dicono di sfogarsi pure su di lui per scaricare la tensione.

A questo punto i poliziotti cercano di sedurre a giro tutte le ragazze con tecniche più o meno interessanti, dallo sguardo languido alla multa. A un certo punto spariscono tutti per un'ora e ci mettiamo quindi nella sala d'attesa (nonché atrio e ufficio denunce) aspettando che succeda qualcosa. Ci immaginiamo che possa succedere anche qualcosa visto che le sedie sono disposte tipo cinema solo da una parte della stanza, mentre dall'altra non c'è nulla, ma non arrivano né cabarettisti né musicanti. Non succede nulla per un'ora buona insomma.

Quando tornano i poliziotti decidono di farci fare deposizioni separate, per controllare le nostre versioni. Vanno per prima Sara ed Elisabetta e passa almeno un'altra ora, intanto che Greta collezione multe per appestamento dell'ambiente (per via delle scarpe che si è tolta) e per mangiare caramelle di metallo. Vedi anche: piercing sulla lingua.

Quando è il nostro turno di deporre capiamo il perché di tanta attesa. A prendere le deposizioni sono in due, uno con la macchina da scrivere, l'altro a mano… Ci chiediamo chi diavolo glielo faccia fare visto che sono ormai le 2 di domenica notte e il giorno seguente è festa. Cose mai viste in italia.

Ma il surreale si raggiunge solo quando, una volte accompagnate a casa Sara ed Elisabetta dai gendarmi, decidono di portarci al "laboratorio" per ricostruire il volto dell'assassino. Ovviamente però per andare nel "laboratorio" c'è bisogno anche dello "specialista" che giustamente al telefono non risponde. "non c'è problema" ci rassicurano "sappiamo dove abita". Insomma, lo stiamo andando a prendere a casa.

Greta nel tragitto mi chiede di pizzicarla e schiaffeggiarla perché non crede che stia succedendo davvero. E invece è proprio così. Altri venti minuti ad aspettare che lo "specialista" si faccia la doccia e partiamo.

Il "laboratorio" è in realtà una casa normalissima con una stanza con un paio di computer. Quello speciale ha anche Photoshop installato. Lo specialista scopriamo essere uno che sa usare Photoshop. Greta, la super testimone, si spara un'ora buona di specialista a scegliere negri e pezzi di negri per comporre il profilo del criminale. Io aspetto nella sala d'attesa dove c'è una specie di discovery channel cubano alla tv, insieme al nostro autista che però dopo 10 minuti si addormenta su una sedia. Passano 40 minuti prima che cada dalla sedia di faccia e vada a sdraiarsi in macchina.

L'altro tipo, uno di quelli che prendeva le deposizioni a mano, a un certo punto esce e mi confessa "ma come cazzo fa a distinguere tra tutti quei negri?" riflette ancora un po' "cazzo, i negri sono tutti uguali". Non riesco a dargli torto.

Dopo due ore di laboratorio ce ne risaliamo in macchina con il profilo del criminale stampato in una trentina di miniature su un a4 con una stampante dalla cartuccia evidentemente finita (tanto che non sembra manco più negro), svegliamo l'autista e ci assicuriamo che le portiere siano chiuse e le teniamo per evitare che si stacchino durante il tragitto. Anche se il tragitto in realtà dura solo dieci metri. Vedi anche: la macchina non riparte più.

Passiamo dieci minuti a scongiurare di non farcela a piedi finchè per grazia la macchina riparte. Arriviamo a casa giusto mezz'ora prima che suoni la sveglia per andare a prendere il bus per tornare a casa. Elisabetta e Sara in realtà non riusciranno però a prendere il nostro stesso bus perché nel portafolio rubato c'era anche un foglio importantissimo che diceva che loro potevano prendere autobus dei cubani e non quelli truffa per turisti.

Scopriremo poi che in qualche modo prenderanno quello dopo, anche se con un metodo non propriamente convenzionale che non gli permetterà mai più di tornare a Santiago.

PILAR

E' dove il tutto e il nulla si assomigliano molto che il poco diventa la cosa più desiderabile. E' così che brandendo i nostri vassoi di metallo (che sono in realtà anche i nostri piatti) ci mettiamo in coda per fare il bis del pranzo, per la precisione della stessa polenta a blocchi che sembra più budino che polenta, ma che chiamiamo così per il semplice fatto che sia fatta di acqua e farina (i cubani, che sono svegli, la chiamano harina, che vuol dire appunto farina; non gliela si fa così facilmente ai cubani), zuppa di fagioli e pane. Ed incredibile, ne mangeremmo anche il secondo bis.

E' dove il poco è ovunque, ma ovviamente in quantità irrisorie che si sgama al volo qualcosa di non convenzionale in qualsiasi posto. Impossibile in realtà non notarle anche in mezzo alla più terribile confusione. Due, rosse, rotonde e avvolte in un pacchetto di plastica, collegate tra di loro da un filo di gomma.

Elisabetta è la prima ad accorgersene anche perché Pilar, la spagnola in camera con lei le tiene ben visibili sopra la scrivania, a fianco della papaya (ormai andata a male) e i bicchieri vuoti ma con ancora il sapore di rum della sera prima. Inutile dire che la seconda a vederle è Sara, che vive in simbiosi con Elisabetta, anche se ne l'una ne l'altra vogliono arrendersi all'idea e ammettere che quegli ammennicoli sono giocattoli erotici.

"Se fossero pallette erotiche non le terrebbe sulla scrivania" - sentenzia Elisabetta.
"Che schifo cazzo" - pensa tra se e se Sara - "ma strano che non puzzino, ormai sono due settimane…"

Greta non ci crede, lei quelle che usa/ha visto/le hanno detto le sue amiche hanno almeno 3 palline, con 2 non è divertente, anche se lo scontrino sulla scatola di plastica non lascia molti dubbi: "erotik shop".

Ma come vere merde continuiamo a parlarne e sparlarne senza chiedere alla diretta interessata, anche se mentre parlavamo nella loro camera, prima che Pilar e Anamar (le due spagnole in camera con Sara ed Elisabetta) andassero a correre, Pilar, con disinvoltura prende la scatola, va in bagno e riappoggia la scatoletta vuota sulla scrivania. E vanno a correre.

"Ce le ha in tasca" - dice Sara non appena escono dalla porta le spagnole.
Elisabetta non ci sta però - "Adesso mi spieghi dove cazzo sono le tasche in quei pantaloni! Mi ha messo il culo in faccia e non si vedeva nulla." - e ancora - "sono dentro di lei quelle cazzo di palette"

Greta intanto fruga in bagno "mica che ci stia prendendo per il culo e le abbia nascoste in giro". Macchè.